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L'apparente debolezza di conoscere i propri limiti

Paolo di Stefano

Cosa ci fa vacillare? 

La fragilità non è sinonimo di debolezza. Questa è la prima sorpresa da cui si resta colpiti leggendo le considerazioni rapsodiche di Vittorino Andreoli. La seconda è che essere consapevoli della fragilità è una forza irresistibile: la forza di conoscere i propri limiti, che sono limiti comuni agli esseri umani e sono anche limiti individuali.

Non solo. Se vogliamo scoprire un contributo utile nella pandemia che stiamo vivendo, lo si può riscontrare nell' opportunità di trovare o ritrovare questa consapevolezza: la coscienza del limite, e dunque della fragilità insita nell' umanità, dotata com'è di un cervello plastico che le permette di scegliere tra il bene e il male. In una umanità che non pretenda né si illuda di essere onnipotente o infallibile. Siamo fragili come dei vetri di Murano. Scrive Andreoli: «Come il vetro di Murano non si può definire tale senza la fragilità dello spessore che lo contraddistingue, allo stesso modo non si può concepire l' essere umano senza quella fragilità strutturale che ne è una parte costitutiva e senza la quale non si può parlare di umanità». Vengono in mente i famosi versi di Montale, dove rivolgendosi alla felicità raggiunta il poeta evoca l' immagine del camminare «su fil di lama»: «all' occhio sei barlume che vacilla, / al piede, teso ghiaccio che s' incrina».

Siamo barlumi che vacillano. Ma cos'è che ci fa vacillare? Tante cose: la paura dell'ignoto e dell'imprevedibile, il dolore, la malattia, la morte. Ogni limite, anche se riconosciuto - specialmente se riconosciuto - ci fa vacillare. «Non è difficile riconoscere il limite della conoscenza umana nella sua capacità di comprendere non solo il mondo circostante ma anche, e soprattutto, la propria condizione». Condizione vacillante. Il paradosso è che quanto più siamo consapevoli dei nostri limiti, tanto più siamo insieme fragili e forti, forti perché fragili. Leopardi, ne La ginestra , rimprovera al «secol superbo e sciocco» di non percepire abbastanza la propria precarietà: «Uom di povero stato e membra inferme / che sia dell' alma generoso ed alto, / non chiama sé né stima / ricco d' or né gagliardo, / e di splendida vita o di valente / persona infra la gente / non fa risibil mostra...».

«Il corpo - scrive Andreoli - è costituito da organi che possono presentare, singolarmente o nel loro insieme, dei deficit di funzionamento di cui la medicina è riuscita, in alcuni casi, a scoprire le cause». In alcuni casi, non sempre. Per questo siamo mortali, e la pandemia di questi mesi ce lo ricorda brutalmente, qualora ce ne fossimo dimenticati: non siamo immortali, benché la tecnologia ci faccia spesso sentire invulnerabili, il progresso scientifico ci faccia sentire dominatori della natura, il denaro ci faccia sentire padroni del mondo. Non siamo immortali.

Il concetto di dolore come fattore di crescita e di conoscenza è vagamente antiquato. Il senso della morte è un ostacolo da rimuovere o da scongiurare; e nel fuggire l' idea della morte aggiriamo anche qualunque riflessione sulla vita. Per Dante, il punto di mezzo del cammino vitale coincideva con i 35 anni, noi oggi vantiamo una longevità quasi raddoppiata rispetto al dopoguerra. Tuttavia, mentre la medicina progredisce rassicurandoci sulla nostra salute fisica, inciampiamo sempre più nella malinconia e nella depressione. Ma è nei momenti di crisi individuale e collettiva che la domanda sulla finitudine e dunque sulla fragilità dovrebbe emergere con maggiore urgenza, non per precipitarci nella disperazione e non certo per renderci nemici gli uni agli altri, ma al contrario per spingerci alla solidarietà, alla compassione verso la sofferenza degli altri.

Il dottor Rieux, protagonista de La peste di Albert Camus, nel pieno del contagio e della catastrofe esclama: «Essere un uomo, questo mi interessa». La sua etica professionale si esercita nello spazio tra fragilità e debolezza: nel prendere atto della ineluttabilità ontologica della prima, combatte con determinazione la seconda. Perché la fragilità è vita, la debolezza è sintomo di malattia. E l'unione delle fragilità fa la forza di una collettività democratica e responsabile. Probabilmente la vera risorsa della democrazia è la sua eterna fragilità, la sua malleabilità, il suo essere una sorta di «cervello plastico» capace di modificarsi tenendo conto delle esperienze vissute.

Oltre che vita, oltre che forza collettiva e senso di responsabilità, la fragilità libera l' ispirazione creativa dell' individuo. Solo dalle pieghe del «male di vivere» nascono i capolavori. L'immaginazione poetica è la risorsa che ci permette di sprofondare nella «cognizione del dolore», come la chiamava Carlo Emilio Gadda, per sfidare la morte e misurarci (da pari a pari?) con il mistero del limite creando mondi alternativi, mondi nuovi dell' invenzione, dell' utopia, dell' ipotesi, della possibilità, dell' assurdo, della memoria. Del sacro. Come quello che ci propone Andreoli: «Il mistero - scrive - è dentro l' uomo e il sacro ne è la manifestazione». Se rappresentare il sacro significa celebrare la fragilità umana, ecco spiegata la presenza, in calce al breve ( fragile ) libro di Andreoli di un magnifico racconto del filosofo danese Søren Kierkegaard, tratto da Timore e tremore , capolavoro dell' immaginazione sacra che ha al centro la figura di Abramo e il sacrificio di Isacco: il massimo esempio di fragilità umana (e di eroismo) di fronte a una volontà onnipotente (e spietata). (Corriere della Sera)

 

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