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Il Sole 24 Ore, Ravasi: Il cardinale benedice il gioco del pallone

Redazione Il Sole 24 Ore

Tarcisio Bertone. Il porporato appassionato di calcio e di altre discipline agonistiche

In greco pyktéuein significa «boxare», tirare pugni nel pugilato: pochi immaginano che questo verbo ricorra anche nel Nuovo Testamento, sia pure come hapax. A usarlo è un personaggio fondamentale che ben pochi vedrebbero come sportivo. Si tratta nientemeno che di san Paolo il quale in un paragrafo della sua Prima Lettera ai cristiani di Corinto infila quasi tutto il lessico basilare dello sport: oltre al citato pugilato, introduce lo stadio, la corsa, il traguardo, la premiazione e la relativa corona d’alloro, gli atleti, l’allenamento, il colpire coi pugni, il mirare alla guancia sotto l’occhio (hypopiázein) nella lotta greco-romana, il colpo a vuoto e, infine, la squalifica. Ecco, in versione, l’intero brano che nell’originale greco condensa l’elenco dei vocaboli tecnici appena proposto: «Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta gareggia secondo le regole in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi colpisco duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato» (­Corinzi ­9,24-27).

E anche quando scrive il suo ideale testamento al discepolo Timoteo non esita a comparare la sua vita a una corsa nello stadio (2‑Timoteo 4,7), rivelando anche altrove questa sua passione sportiva che, per altro, faceva parte della dotazione «culturale» del suo tempo. Anzi, durante l’ellenismo alcuni ebrei delle classi alte non esitavano a frequentare i «ginnasi» (letteralmente, «i luoghi in cui si stava nudi»), ossia le palestre, e per non farsi riconoscere, praticavano la chirurgia plastica al prepuzio, così da celare la circoncisione. È ancora Paolo a usare il verbo della «ricostruzione », epispáomai (­Corinzi 7,18). Sarà solo per polemica col paganesimo oppure per rigorismo che successivamente si svilupperà un divieto antisportivo nella cristianità antica. Abbiamo fatto questa lunga premessa per presentare un libro piuttosto sorprendente, a partire dal suo autore: sì, Tarcisio Bertone non è un generico sportivo o cronista di eventi sportivi o un allenatore, ma è stato il Cardinale Segretario di Stato durante il pontificato di Benedetto XVI. Tuttavia, come salesiano ha conosciuto i campi di calcio degli «oratori»:
curioso questo vocabolo, che di per sé significa «luogo di preghiera» ma che nella mente di moltissimi (chi non ricorda Celentano?) è il luogo dove hanno giocato e tirato calci al pallone. Ma non solo. È stato persino telecronista allo stadio Marassi, quando era arcivescovo di Genova, nel 2004, per almeno due partite, Genoa-Torino e Sampdoria- Juventus, immaginiamo con quale conflitto interiore, essendo appunto egli genovese di adozione e juventino di fede sportiva.

Inoltre, ha collaborato con articoli - che ora costituiscono l’intero capitolo 6 del volume - sempre da arcivescovo, ai due maggiori quotidiani sportivi, «Tuttosport» e «La Gazzetta dello Sport». Anzi, confessa che da giovane «leggeva avidamente» il primo di questi giornali, allora diretto da un popolare Carlo Bergoglio. La lista degli atleti delle varie discipline da lui incontrati è lunga e vede quasi tutte le figure preminenti delle principali attività sportive (non solo per questo, sarebbe stato importante un indice dei nomi). Anzi, attraverso i loro doni fatti di palloni, maglie, gagliardetti, gadget, modellini e così via ha potuto allestire una sezione del Museo diocesano della sua diocesi di origine, Ivrea. L’orizzonte dei suoi interessi sportivi è così variegato da allargarsi non solo fino alla Formula Uno e al ciclismo (uno spazio speciale è riservato alla Madonna del Ghisallo, alla sua celebre «scalata» la cui pendenza raggiunge l’11% con tornanti senza respiro, e al suo museo del ciclismo), ma persino alla danza con l’entrata in scena di Liliana Cosi. Andando, però, oltre l’aspetto autobiografico, inatteso in un cardinale che è stato in varie funzioni ai vertici della gestione ufficiale ecclesiale, il testo di Bertone è interessante perché è composto, a livello quasi antologico, come un manuale per dimostrare quanto scrive nella sua prefazione il presidente del CONI, Giovanni Malagò, ossia che «la pratica sportiva dev’essere intesa come un connubio tra l’attività agonistica e il suo patrimonio valoriale». Sì, perché l’autentico sport altro non è che l’espressione organica di una delle categorie antropologiche radicali, quella del gioco e, quindi, del gratuito, del creativo, dell’armonia tra anima e corpo, pensiero e biologia. Non

per nulla in un saggio dal titolo lapidario, Lo sport, lo scrittore francese Jean Giraudoux (1882-1944), la cui fama è legata alla commedia La pazza di Chaillot, dichiarava senza esitazione che «lo sport è il vero esperanto dei popoli», un po’ come lo è la musica.

L’homo ludens, proprio perché vive questa esperienza identitaria universale, rivela anche nel divertimento i limiti e i vizi insiti alla persona umana in tutte le altre attività. Ecco, allora, l’estinzione del gratuito e la caduta nel business più sfrenato (si pensi ai diritti televisivi e agli stipendi dei calciatori), la falsificazione delle competizioni col doping, la violenza e il razzismo negli stadi, la brutalità delle «curve». Quella malalingua di Karl Kraus non aveva, perciò, tutti i torti quando nei Detti e contraddetti (1909­), accusava che, se è vero che «lo sport è figlio della democrazia, esso però contribuisce per proprio conto all’istupidimento della famiglia». E Indro Montanelli lo seguiva quando scriveva: «Spesso si dice che l’opinione pubblica è indignata. E magari è anche vero: al mattino. Alla sera siamo tutti a guardare la partita!». Proprio per questi due volti, il positivo e il degenerato, è naturale che non solo la società, la politica e la cultura, ma anche la religione debba essere sollecitata dal fenomeno sportivo. Il libro del cardinale Bertone è significativo proprio per la molteplice e fin eterogenea documentazione che dispiega, a partire dai molteplici interventi del magistero pontificio.

Tra l’altro non sono mancati papi sportivi come l’alpinista Pio XI e lo sciatore Giovanni Paolo II. Nel 2015 è stato pubblicato un volume proprio sui Papi e lo sport, a cura di Antonella Stelitano, Alejandro M. Dieguez e Quirino Bortolato (Libreria Editrice Vaticana). Anzi, come è documentato nelle pagine del volume del cardinale e, personalmente, nella qualità di testimone diretto – attraverso il coinvolgimento del dicastero vaticano della Cultura da me presieduto - è intensa da parte della Santa Sede la promozione, spesso d’intesa col Comitato Olimpico Internazionale o col CONI, dei valori umani e spirituali, dell’incontro e della pace, dell’educazione e dell’etica nello sport.

È in questa prospettiva che si è optato anche per la costituzione di enti emblematici, come l’Athletica Vaticana, una squadra minima per ragioni territoriali ma appassionata nella testimonianza dei valori sostanziali sopra evocati, la Clericus Cup degli studenti nelle università pontificie romane o il St. Peter’s Cricket Club. La prospettiva pastorale da cui siamo partiti con don Bosco e gli oratori è, dunque, sempre più intrecciata con quella umana e culturale. Ed è per questo che il volume di Bertone, dall’attestazione personale, si trasforma nella più ampia e diversificata trattazione di una fondamentale realtà esistenziale, sociale ed ecclesiale. Il titolo dell’opera, Credere nello sport, non è allora paradossale. Già un altro scrittore francese, André Maurois (1885- 1967), rilevava questa consonanza simbolica: «Il vero spirito sportivo partecipa sempre dello spirito religioso» (così nei Silenzi del colonnello Bramble del 1918). Il Sole 24 Ore del 9 agosto 2020

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