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Fiorire congiuntamente e ascoltare senza fratture

Michele Lipori
Pubblicato il 31-01-2021

Il libro "Parole mie con voce tua: Etty Hillesum e l’esperienza del raccontarsi" 

Intervista di Michele Lipori. Redazione Confronti


Nel libro Parole mie con voce tua: Etty Hillesum e l’esperienza del raccontarsi (Castelvecchi, 2020) Sara Gomel approfondisce le peculiarità della scrittura di Etty Hillesum – scrittrice ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943 – intrecciando la sua voce con quella di altri “scrittori del sé” e tracciando un’etica della scrittura diaristica.

Esther Hillesum, detta Etty, è nata il 15 gennaio 1914 a Middelburg (Olanda). Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, si interessa di lingua e letteratura russa, che insegnò all’Università popolare di Amsterdam. Il 10 maggio 1940 inizia l’invasione nazista dei Paesi Bassi. Durante la guerra si interessò di psicologia junghiana e divenne paziente dello psico-chirologo Julius Spier nel 1941. Nel 1942 iniziano in Olanda le deportazioni di massa degli ebrei olandesi da parte dei nazisti. In quello stesso anno inizia il suo lavoro come dattilografa in una delle sezioni del Consiglio ebraico di Amsterdam, un incarico che avrebbe potuto metterla in una condizione di relativa protezione.

Tuttavia, spinta dall’idea di non che si debba «rimanere con gli altri e cercare di essere per loro quel che ancora siamo in grado di essere», sceglie di offrirsi volontaria per svolgere il ruolo di assistente sociale nell’ospedale del campo di smistamento di Westerbork, dove lavorerà per circa un anno. Il 7 settembre 1943 viene caricata, insieme ai genitori e al fratello Mischa, su un treno diretto ad Auschwitz, dove morirà il 30 novembre dello stesso anno. Fra il 1941 e il 1943 tenne un diario che sarà pubblicato solo nel 1981 e di cui Adelphi ha pubblicato la versione integrale in italiano nel 2012.

Il libro di Sara Gomel Parole mie con voce tua: Etty Hillesum e l’esperienza del raccontarsi (Castelvecchi, 2020) approfondisce le peculiarità della scrittura di Hillesum, intrecciando la sua voce con quella di altri “scrittori del sé”, tratteggiando un’etica della scrittura diaristica, in cui l’atto di scrivere, il più privato e solitario, diventa lo strumento per incontrare l’altro.

Qual è la caratteristica che rende i diari di Etty Hillesum in grado di trascendere le circostanze particolari della sua vita? Non tutti i diari riescono a compiere il miracolo di cui parlava Giuseppe Pontiggia a proposito della buona letteratura: parlando di sé, riuscire a dire qualcosa di noi. Anzi, spesso le esperienze di (auto) narrazione (la diaristica, le memorie, le confessioni) sono, in questo senso, molto poco letterarie. Finché chi scrive si preoccupa di apparire – al sé presente, al pubblico – difficilmente sarà in grado di arrivare al lettore con la potenza di un buon romanzo. O di un “buon” diario, come quello di Etty Hillesum. Dico buono non in senso morale, ma dal punto di vista dell’efficacia letteraria: Etty scrive per sé, e anche se ha il tocco e l’attenzione del poeta, il suo lettore è lei stessa. Nulla è scritto per compiacere, né per restituire un’immagine di sé al lettore. Lettore che d’altronde non c’è, forse nemmeno nei suoi più lontani pensieri. Etty, inoltre, vive una situazione di totale straordinarietà: un mondo che crolla sotto i colpi della violenza più cieca. Il suo scavare in sé stessa è il contrario di ciò che ci si aspetterebbe da chi vive una guerra. Etty non sceglie la fuga né la disperazione. La sua è una reazione davvero unica, e il diario colpisce proprio perché chi scrive non ha un programma né una soluzione, ma solo un desiderio: quello di provare a capire il mondo attraverso se stessa.

Etty Hillesum inizia a stilare il suo diario per una funzione terapeutica… Sì. Il diario le viene “imposto” dal suo terapeuta, Julius Spier. Ma non le fu difficile accettarlo, dotata com’era per la scrittura. Credo che per lei scrivere fu davvero la chiave di volta della sua rinascita, permettendole di trovare uno spazio suo in una fase della vita in cui – e qui l’essere donna ha il suo peso – tendeva a confondersi con gli altri, rinunciando, a volte, a parti importanti di sé. Oggi è diventato “di moda” scrivere diari, e molti terapeuti lo consigliano ai propri pazienti. Qualcuno potrebbe dire che oggi affoghiamo nell’(auto)narrazione: basti dare un’occhiata rapida al mondo dei social, nei quali costantemente ci raccontiamo (senza davvero metterci a nudo, però). Ma questo non ha nulla a che vedere con la serietà e la profondità della scrittura diaristica, che non è mai ammiccante né seduttiva e richiede un difficile lavoro di introspezione. Scrivere un diario impone, prima di tutto, di trovare un tempo e uno spazio per sé. E questo è già tanto per chi vive proiettato nel mondo. Nello sforzo di concentrazione che richiede è fortemente terapeutico per chi manca di un centro, com’era per Etty Hillesum.

 

La Hillesum sviluppa quello che viene definito hineinhorchen. Puoi dirci di più in merito? Hineinhorchen, termine tedesco difficilmente traducibile, è il “prestare ascolto dentro” che le suggerisce Julius Spier e che Etty fa suo attraverso la scrittura e la preghiera. Benché Etty non conoscesse se non in modo intuitivo la meditazione, l’hineinhorchen chiede di fare esattamente lo stesso: partendo dall’ascolto preciso dei piccoli movimenti del corpo, delle tensioni, del respiro, giungere a ciò che vive dentro di noi. Trovare così i dolori che ci opprimono, i pensieri che ci animano, i desideri che quotidianamente reprimiamo. È una forma altissima di attenzione verso di sé. E tuttavia, prestando ascolto a me, io mi apro a ciò che mi circonda. Non è diverso l’hineinhorchen, da ciò che re Salomone chiedeva a Dio per sé: un lev shomea, un cuore capace di ascolto. Un cuore capace di connettere l’interno con l’esterno e l’esterno con l’interno, senza fratture.

La scrittura di Hillesum non è un monologo, bensì un dialogo con parti di se stessa ma anche con Dio. Quali sono le caratteristiche di questo rapporto? Ho dedicato un intero capitolo del libro a questo tema, che credo sia cruciale nell’esperienza di Etty Hillesum. Nel diario, Dio è scoperto, prima di tutto, dentro di sé. Ma non c’è un’identità tra sé e Dio: Dio corrisponde, piuttosto, alla parte più viva e più profonda di sé, una parte che solo attraverso un ascolto attento e paziente può essere raggiunta. In questo senso il lavoro che si fa su di sé non è a!atto “individuale”: in me trovo una sorgente di vita che non è mia, che non mi appartiene ma mi trascende. E che può essere trovata in ogni altro essere umano. In questo senso quello di Etty Hillesum non può essere considerato in nessun modo un monologo: quando trova se stessa trova Dio, e trovando Dio trova il mondo.

L’atto di introversione per Hillesum è fondamentale per potersi di nuovo aprirsi con il mondo. In che modo viene ritrovata la relazione con l’altro? Secondo la psicologia junghiana, tutti noi viviamo in un gioco di equilibri in cui spontaneamente propendiamo verso una tendenza piuttosto che un’altra. Etty era naturalmente estroversa. Ma non lo era autenticamente. La sua iniziale spinta all’estroversione non era tanto guidata dal sincero interesse per l’altro, quanto da una forma – io credo – di paura e immaturità: un volersi abbandonare, diluirsi nel mondo, per non dover crescere. A 27 anni crescere le faceva paura. A un certo punto, per una coincidenza di eventi, si ritrova catapultata in un mondo che impone a tutti di “crescere”, e cioè: di prendere posizione. Comprende allora che la sua continua proiezione verso il mondo le fa dimenticare di sé, di ciò che sente e di ciò che desidera. Ogni relazione è uno scambio: se io non prendo parte, l’altro è solo. Se io mi confondo nell’altro, se adatto il mio ritmo al suo, dimenticandomi di me, si avrà allora soltanto l’illusione della relazione, ma non la relazione vera e propria. Guidata da Spier, Etty comprende che ha bisogno di tracciare un confine intorno a sé per ritrovare il suo senso in se stessa. Solo allora il rapporto con l’altro sarà autenticamente desiderato, solo allora sarà reale e benefico: quando non sarà più uno scudo dietro cui proteggersi, un luogo impregnato di paura.

La tesi del tuo libro è che l’esperienza di vita di Hillesum si assurga a paradigma di un’etica della responsabilità e della cura. Puoi spiegare ai nostri lettori e alle nostre lettrici cosa intendi? Innanzitutto perché la sua etica tiene in conto i due poli della relazione. Non solo l’altro, ma anche se stessi. In ambito morale non si è mai del tutto soli. Quando agisco sono sempre in relazione: se non con qualcuno concretamente, con la somma delle credenze che mi sono state trasmesse dai miei cari e dalla società. In secondo luogo, in virtù del carattere non sistematico del suo pensiero. Etty Hillesum non è una filosofa: il suo obiettivo non è quello di proporre un sistema di valori che sia valido per tutti, in ogni tempo. Il suo sguardo è sempre contestuale, benché ci sia, in fondo, il desiderio di dire qualcosa sull’essere umano in generale. Ma questo non le impedisce di valutare le situazioni di volta in volta. Nella prospettiva di un’etica della responsabilità, così come fu formulata dalla psicologa americana Carol Gilligan, i sistemi morali hanno spesso pensato alla responsabilità come a un “rispondere di”: rispondo di me di fronte alla comunità, o davanti alla legge. Ma nel suo senso più originario, responsabilità significa “rispondere a”: rispondere, per esempio, al richiamo di qualcuno che chiede aiuto. Etty intese la responsabilità in questo secondo senso: noi siamo continuamente chiamati a rispondere all’appello che ci viene dall’altro, ma al tempo stesso, nel “rispondere a”, abbiamo il dovere di rispondere anche a noi stessi. In questo senso la cura non è il “servizio” che rendo all’altro, ma è la cura che metto nel coltivare il rapporto, affinché chi vi partecipa possa – congiuntamente – fiorire. https://confronti.net/

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