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E' MORTO SHIMON PERES

di Redazione online

La politica

Tra i parenti in lacrime, sulle panche d’attesa della terapia intensiva, s’accascia anche una colomba della pace: piange e ha un ramoscello d’ulivo nel becco, che lascia cadere per terra. L’addio in vignetta di Guy Morad, pubblicato giorni fa sul giornale Yedioth Ahronot, sarebbe piaciuto a Shimon Peres. Uno che la pace e la morte le ha frequentate per l’intera vita, sfiorandole entrambe, con quel tocco d’umorismo amaro e un po’ disincantato che gli ebrei riservano alle grandi svolte dell’esistenza. «Sapete come incontrai Ben Gurion? – raccontò una volta a una delegazione in visita – Ero un giovane immigrato polacco e facevo l’autostop. Presi quell’autobus e non scesi mai più…». E quando decise di lasciare la sinistra per allearsi con lo storico avversario Sharon? «Lo dissi ai giornalisti a Barcellona, nell’intervallo d’una partita per la pace fra israeliani e palestinesi: non per niente lo stadio si chiamava Noucamp, campo nuovo…». Anche stavolta «il caso ci ha messo del suo», scrive un editorialista, Ben Caspit: e ha voluto “che la sua salute avesse un collasso proprio lo scorso 13 settembre, il ventitreesimo anniversario degli Accordi di Oslo, quelli che gli valsero il Nobel per la pace. Da allora, Peres non s’è più ripreso. E non ha avuto neanche un conforto nel fatto che gli Accordi di Oslo fossero collassati molto prima di lui».

L’incredibile secolo

Ora che si preparano i solenni funerali di Stato, l’incredibile secolo vissuto da Peres verrà ricordato per quel che è stato. D’un figlio di mercanti di legname perseguitati dal nazismo, d’un padre della patria che a undici anni scappò nella Palestina britannica, d’un giovane che ebraicizzò il suo nome Persky (letteralmente “persiano”: l’attrice Lauren Bacall, all’anagrafe Betty Persky, era sua cugina) in Peres e fondò prima il suo kibbutz e poi il suo Stato, raccogliendo armi per difenderli e facendo tutto quel che serviva: attivista nel movimento socialista dei lavoratori, logista imbattibile dell’organizzazione di difesa ebraica Haganà, a 27 anni direttore generale del ministero della Difesa, a 36 deputato della Knesset, quindi leader della sinistra, ministro della Difesa e degli Esteri e delle Finanze e dei Trasporti e dell’Informazione e dell’Immigrazione e di molte altre cose, infine due volte premier e presidente d’Israele. Alla politica ha dato tutto, anche la serenità familiare: come seppe che l’avevano eletto capo dello Stato, la moglie Sonya che l’aveva seguito fin dal kibbutz disse basta, si prese un appartamento a Tel Aviv e vi morì in pochi anni, lasciandolo solo nel suo palazzo presidenziale.

Due maestri

Peres ha avuto due maestri politici, il fondatore del laburismo sionista Berl Katznelson «che mi ha insegnato a essere scettico», e David Ben Gurion «che mi ha insegnato il contrario, a essere risoluto e orientato ad agire». Considerato un falco negli anni ’70 e una colomba negli anni ’90, fu sempre e comunque un instancabile piccione viaggiatore pronto a incontrare cancellieri e intellettuali, scienziati e sportivi, amici e nemici. Quando si mormorò che Obama stesse cercando d’organizzare un incontro segreto tra gl’israeliani e la Fratellanza musulmana del Cairo, una proposta che oggi sembra inverosimile, il vecchio Shimon fu l’unico avversario che il presidente egiziano Morsi indicò come possibile interlocutore. Quando l’irrequieto e geniale scultore Menashe Kadishman fu incaricato di creare qualcosa per la storica visita a Gerusalemme di Benedetto XVI – e la sua idea provocatoria era di rappresentare un agnello crocifisso -, ci volle l’autorevolezza del Presidente a convincerlo che forse non era il caso.

Frasi memorabili

C’è sempre stata la gara per farsi ricevere da lui e per uscire riferendo qualcuna delle sue meravigliose citazioni di poeti giapponesi, qualche perla scovata chissaddove: «Si può vivere piccoli come il proprio ego o grandi come la propria idea, io ho scelto l’idea», disse a Roberto Saviano (che invitò a trasferirsi in Israele per sfuggire alle minacce della camorra). Anche chi scrive l’intervistò tre volte e non ha dimenticato gli appunti: «Dio non è una carta di credito», a proposito di quei religiosi che non lavorano e si fanno mantenere dallo Stato, oppure «Gerusalemme non è una città, è una fiamma, e come si può dividere una fiamma?». Una volta gli chiedemmo come avesse fatto a resistere così tanto, in una politica israeliana che per rissosità non ha molto da invidiare a quella italiana, e lui si ricordò d’avere fatto la stessa domanda ad Andreotti: «Mi piaceva la sua saggezza molto romana. Mi rispose che l’importante è non considerare i politici come amici: se si vuole stare con gli amici si va in vacanza, non in Parlamento». «Peres è stato l’ultimo della generazione dei costruttori dello Stato – lo ricorda Nahum Barnea, osservatore politico israeliano e suo amico -. E’ durato 75 anni e ha influenzato ogni snodo della nostra storia, dalla Guerra d’indipendenza nel 1947 alla Seconda guerra del Libano, fino alla prima decade del XXI secolo. Non c’è altro leader al mondo che abbia avuto una carriera così lunga e così ricca. Nessun altro al mondo che, anche da pensionato, abbia avuto tanti adulatori, estimatori, ammiratori in ogni nazione. Anzi, ce n’è stato solo un altro come lui: Nelson Mandela».

Visionario umanista

Venerato all’estero, in patria non è sempre stato così amato. E qualche commemorazione commossa oggi suona un po’ stonata. La destra non gli ha mai perdonato d’aver abbracciato i palestinesi; la sinistra, d’essere stata abbandonata al suo destino di marginalità. Tutti quanti non hanno mai dimenticato che il raffinato diplomatico e visionario umanista Peres non ebbe una vera carriera militare alle spalle, come Rabin o Sharon, e per molti israeliani questa è una piccola colpa. Il suo Peres Center per la pace disegnato da Massimiliano Fuksas, vetrate inondate di sole che guardano il mare di Jaffa, fatica a trovare una sua collocazione sulla scena politica. «L’uomo che vince tutti i sondaggi d’opinione e perde tutte le elezioni», lo irrideva spesso la stampa avversa. C’era un po’ di verità: Peres non è mai riuscito a portare a casa una vittoria alle urne, sconfitto dall’amico-nemico Rabin e da Netanyahu, segno d’una certa diffidenza che all’ultimo gli tagliava la strada. Clamoroso fu lo sgarbo della Knesset, nel 2000, che gli preferì come capo di Stato l’oscuro Moshe Katsav, oggi finito in galera per stupro: «Quando Peres fu finalmente eletto presidente nel 2007 – ricorda Barnea -, gl’israeliani videro in quel voto un atto riparatorio. Non solo di riparazione dell’immagine della presidenza, dopo il caso Katsav, ma anche di riappacificazione tra Shimon e l’opinione pubblica interna».

Nel Pantheon

I conti con la vittoria si fanno alla fine, però, e Peres non è stato certo uno sconfitto. Anzi. La sua testimonianza di pace entra nella galleria della storia. «Con Ben Gurion, Golda Meir, Begin e Rabin e Sharon – ha scritto Ma’ariv -, lascia molte eredità al Paese». Quella che lo portò negli anni ’50 a negoziare con la Francia la costruzione del reattore nucleare di Dimona, nel Negev, dove Israele ha elaborato la sua bomba atomica. E soprattutto quella della pace di Oslo, tanto applaudita in tutto il mondo quanto contestata nell’opinione pubblica israeliana: Peres ne ha sempre difeso la necessità, nonostante le intifade e le bombe su Gaza, pur nella scelta d’appoggiare a fine carriera un falchissimo come Sharon. Non ha mai negato ai palestinesi il diritto a uno Stato, sempre che riconoscessero a Israele d’esistere, e più di tutti ha incoraggiato il dialogo con l’Autorità di Ramallah. Ma una volta gli capitò d’incrociare Arafat, mentre i palestinesi cominciavano a farsi esplodere nelle strade d’Israele, e seppe alzare l’indice: «Stai attento – l’avvertì -, io ho portato il guanto della pace. Ma se la violenza non cesserà, il guanto me lo levo…».

Idealista e realista

Maestro dello stop&go, realista al momento giusto, duro sull’Iran e inflessibile su Hamas, amico del re di Giordania e capace di mandare a quel paese il turco Erdogan, considerato dalla Casa Bianca un interlocutore più utile di Netanyahu, spesso chiamato a ricucire dove la destra israeliana strappava, il vecchio Peres fino all’ultimo ha mantenuto indipendenza di giudizio anche nelle materie più spinose, a costo di qualche imbarazzo nella sinistra. Non gli piaceva che si riparlasse dei confini del 1967 o si discutesse Gerusalemme capitale unica e indivisibile: «Per esempio, lui come nessun altro si merita il titolo di padre degli insediamenti israeliani in Cisgiordania – nota Barnea -. Molti coloni devono a lui la loro esistenza, nonostante l’opposizione di Rabin». Già, Yitzhak Rabin. Lo specchio e insieme la kryptonite di Peres. Che in una prima vita ha dovuto inseguire nei paragoni e in una seconda negli elogi funebri. Col quale si sfidava nel partito e nel governo, col quale condivise il Nobel, vicino al quale rischiò pure lui d’essere assassinato. I due, più che amarsi, si temevano. Yitzhak chiamava Shimon “l’infaticabile sovversivo” e in qualche momento di rabbia “l’incallito intrigante”. La colomba Shimon, più signorile, portava pubblici ramoscelli d’ulivo a Yitzhak. Diceva sempre che loro due erano stati amici, e sapeva di dire una piccola bugia. Uno soldato e l’altro no. Uno martire della pace e l’altro sopravvissuto a una stagione finita. Ma era sulle cose fondamentali che i due amici-rivali si trovavano. La pace era una di queste: «Per sopravvivere – rimane questa una delle frasi famose di Shimon - bisogna togliere il deserto dalle terre, il sale dal mare e la violenza dagli uomini». Corriere della Sera


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