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Crocco: Europa e Usa immobili di fronte al ricatto turco

Raffaele Crocco

L’attacco è inevitabile: alla Turchia l’idea di avere uno Stato curdo indipendente, libero e democratico alle porte di casa non è mai piaciuta. Il nazionalismo di Ankara non consente distrazioni. Così, se davvero gli Stati Uniti ritireranno i propri uomini dalle zone di sicurezza fra Siria e Turchia, l’attacco di Erdogan ai territori curdi sarà certo, violento e – almeno nelle intenzioni – definitivo. Quello di questi giorni è solo un piccolo assaggio di quanto potrà accadere.
In termini politici e militari, il tutto rischia di rivelarsi un massacro, con la complicità di Trump e la vigliacca e miope assenza – l’ennesima – dell’Unione Europea. Vediamo: dopo averli usati come barriera, averli fatti combattere per difenderci e toglierci i pensieri, abbandoneremo i Curdi. Li lasceremo in balia di Erdogan a Nord e di Daesh a Sud. Sì, Daesh che non è morto ed è ancora sufficientemente organizzato, sul piano militare, da poter cogliere le vendette che cerca nei confronti dei Curdi. E’ una pura questione militare: le milizie curde saranno risucchiate a Nord, per difendere il territorio dall’attacco turco. La frontiera Sud rimarrà sguarnita e da lì si infileranno gli integralisti dell’Isis in cerca di riscatto e di sangue.
Il risultato, comunque la si pensi, sarà un bagno di sangue. I Curdi non molleranno, si difenderanno con tutto quello che hanno. E il tutto accadrà sotto gli occhi di una Europa sgomenta e scandalizzata, ma assolutamente immobile. Eppure, li abbiamo usati contro il califfato per anni. Uomini e donne hanno combattuto strappando pezzi di terra all’Isis, riconquistando città, facendo arretrare l’orrore e la follia di quell’integralismo. Sono morti per permettere a noi di avere meno paura. Hanno lottato al nostro posto e noi li abbiamo applauditi, abbiamo ammirato il loro modo diverso di intendere l’Islam, abbiamo lodato la loro modernità, la capacità di essere laici, democratici, aperti.
Pensavano fosse arrivato il momento di incassare il premio, cioè di diventare finalmente un popolo libero, in uno Stato libero. Attendono quel momento da cent’anni, non accadrà nemmeno ora. Non avranno nemmeno quella “larga autonomia nella nuova Siria”, che pareva loro un possibile risultato. Erdogan non lo permetterà. I Curdi siriani sono, per lui, la prosecuzione di quel Pkk – Partito dei lavoratori Curdi – che in casa gli crea problemi da sempre. Li considera terroristi antiturchi e, quindi, vanno eliminati. Inoltre, conquistare quel pezzo di Siria che i Curdi governano gli permetterebbe di scaricare lì tutti i profughi siriani – qualche milione – che ora si ritrova in casa.
La prospettiva è allettante, la tentazione fortissima per Erdogan. Sa di poter contare su di un Presidente degli Stati Uniti ricattabile. Donald Trump non può dire no al Presidente turco. Sa che quest’ultimo potrebbe allearsi con i russi – ha già comprato armi da Mosca – e sganciarsi dalla Nato, lasciando Washington senza un partner indispensabile nei complicati rapporti con il mondo islamico. L’Unione Europa – che con le proprie cancellerie lancia timidi segnali di protesta - non può protestare troppo. Con Erdogan ha un accordo che le garantisce il controllo della frontiera Sud Est rispetto all’arrivo di migranti: è Ankara che chiude le porte verso l’Europa, incassando ogni anno 6miliardi di euro di compenso. In queste condizioni, i curdi verranno massacrati. Moriranno, ne moriranno tanti. E quelli che vivranno saranno di nuovo prigionieri nella loro terra, cittadini di Stati che non riconoscono, schiavi di culture e lingue che non sono loro.