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Covid, il sospetto oscuro sui migranti

Luigi Manconi - la Repubblica Ansa

Una condizione di ansia più intensa quando la minaccia dell’epidemia appare insidiare la propria comunità dall’esterno.

Penso che quanti, ad Amantea (Cosenza), hanno bloccato una strada provinciale per protestare contro l’arrivo, in un vicino centro di accoglienza, di tredici migranti positivi al virus, non siano razzisti. Ci sarà pur stato qualcuno seriamente convinto dell’inferiorità genetica degli asiatici ma, a muovere la gran parte di loro, è stata, presumo, una condizione di ansia. Tanto più intensa quando la minaccia dell’epidemia appare destinata a insidiare la propria comunità dall’esterno. Dall’esterno: questo è il cuore della questione. Perché, altrimenti, non si spiegherebbe come mai analoghe manifestazioni, con relativo blocco stradale, non siano state organizzate contro gli spettatori — “poche le mascherine” — del più importante concorso ippico nazionale; o contro i 300 partecipanti alla festa notturna tenutasi a Porto Ercole sabato scorso; o, ancora, contro i bagnanti che hanno “assaltato” le spiagge romane senza il minimo rispetto delle misure di sicurezza (traggo queste notizie dalle cronache del Messaggero).

In ogni caso, al netto di un’ombra di antico pregiudizio xenofobo, va notato che il rapporto migrante — pandemia sembra costituire un nuovo motivo di allarme sociale. In parte pretestuoso perché, se è vero che dal primo gennaio 2020 a ieri in Italia sono approdati 8.988 profughi, quasi tre volte quelli dello stesso periodo del 2019, è altrettanto vero che si tratta di circa la metà degli sbarcati del 2018. Dunque, non si può parlare in alcun modo di “invasione”. Tuttavia, quella della prevenzione, del contenimento del contagio e dell’isolamento dei positivi è una questione molto seria. Ma essa si pone — non è un paradosso — nei confronti degli italiani con altrettanta, e forse maggiore, urgenza di quanto si ponga per gli stranieri. D’altra parte, ad avviso del governo, più preoccupanti sarebbero i focolai che si accendono tra la Croazia e la Bulgaria, dovuti non a extracomunitari clandestini, bensì a cittadini europei scarsamente responsabili. Per quanto riguarda chi arriva via mare, la possibilità di controllo sanitario è agevolata dal fatto che a condurli sulle nostre coste sono navi mercantili, militari o delle Ong (più difficile il monitoraggio di quanti arrivano in piccoli gruppi sui cosiddetti “barchini”). Saggiamente, il ministro dell’Interno, già ad aprile, aveva predisposto un bando per la realizzazione di “strutture ricettive”, capaci di “assicurare l’applicazione delle misure di isolamento o di quarantena con sorveglianza attiva”. Che ne è di questo progetto? Potrebbe essere la soluzione più idonea a garantire quelle condizioni di sicurezza giustamente reclamate, capaci di contenere il contagio quanto, se non più, possono fare le misure previste per la popolazione italiana. Non solo: un’attenta vigilanza sanitaria è in grado di disinnescare, almeno in parte, quel sospetto oscuro e quella diffidenza inconscia verso gli stranieri. In proposito giova ricordare che il pericolo rappresentato dai bengalesi risultati positivi si deve, in primo luogo, a una clamorosa falla del nostro sistema di prevenzione: ovvero il tardivo blocco dei voli provenienti dal Bangladesh. Tutto ciò per dire che siamo in presenza di problemi e di umori e sentimenti — anche questi possono essere pesanti come pietre — molto seri, ma risolvibili grazie a provvedimenti razionali e intelligenti.

Assai più complessa e di ardua soluzione resta la questione della dislocazione in altri Paesi dei profughi sbarcati in Italia. L’accordo di Malta del 23 settembre scorso, certo parziale e precario eppure lungimirante, ha risentito anch’esso degli effetti perniciosi del Covid 19. Qualche spiraglio, tuttavia, si è aperto. E potrebbe ulteriormente ampliarsi se il governo italiano si mostrerà capace di cogliere l’opportunità offerta da questa fase di così intensa attività politico-diplomatica a livello continentale. La disponibilità di ingenti risorse economiche, una notevole spinta alla cooperazione e alle intese bilaterali, una assidua negoziazione e una maggiore integrazione, costituiscono il tessuto più fertile dove collocare il tema dell’immigrazione come grande questione europea. Una questione che presenta notevoli criticità ma che, allo stesso tempo, può rivelarsi una risorsa preziosa.

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