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Comunicare l'amore col linguaggio della Trinità

Andrea Fagioli

La comunione del dono di sé

Una serie di saggi «orientati a mostrare i presupposti di una metafisica trinitaria dell' amore ». È questo l' intento di un corposo volume di don Angelo Pellegrini, docente di Teologia dogmatica alla Facoltà teologica dell' Italia Centrale, dal titolo La trinitaria «forma» dell' amore, uscito in questi giorni per i tipi dell' editore fiorentino Nerbini (pagine 488, euro 42,00) con la prefazione di don Alessandro Clemenzia, nominato da Papa Francesco tra i consultori della Congregazione per la dottrina della fede. Il sottotitolo spiega che si parla di Teologia come comunicazione: dalla semiotica alla metafisica dell' amore, con l' aggiunta di un Approdo metafisico-trinitario in San Francesco e Dante Alighieri.

«L' assunto di fondo - spiega Pellegrini - è dato dall' idea di un amore vero, trino e uno, che è comunicazione comunionale di sé, dono d' amore, sommessamente amante e sommessamente amato». In questo percorso l' autore riparte dalle lezioni della semiotica e della linguistica, anche perché la comunicazione non rappresenta un oggetto d' indagine tra i tanti: la stessa teologia ha di per sé una struttura comunicativa. «Il compito che qui si profila - spiega consiste nell' imparare a comunicare, lasciandosi interrogare dalle discipline che studiano la comunicazione, in un contesto fluido, dialogale e dialogante in continua evoluzione». Ne è prova, a giudizio di don Clemenzia, «l' irrefrenabile avanzata tecnologica che spinge, non solo le nuove generazioni, ma l' intero "sistema" a usufruire di sempre nuovi strumenti di comunicazione». Si tratta di un incessante dinamismo che «prolifera anche quando le circostanze sembrano impedire una comunicazione face to face, come è emerso nel recente lockdown ». E «poiché tutto è linguaggio, o almeno tutto "viene al linguaggio", anche la teologia - dice Pellegrini - deve curare il suo linguaggio, riprenderne coscienza, impararne i piccoli o grandi segreti che fanno fallire o danno successo alla sua comunicazione e determinano l' efficacia delle sue proposizioni».

Sono tanti gli autori presi in considerazione nel libro: da Karl Rahner ad Hans Urs von Balthasar, da Umberto Eco a Pasolini. Grande spazio a Francesco d' Assisi, nei cui scritti «il riferimento a Dio Trino è costante e fondante», ma soprattutto a Dante Alighieri anche in occasione del settimo centenario della morte. L' autore passa in rassegna, analizza e approfondisce i testi trinitari nell' opera di Dante, a partire da La Vita Nuova dove non si trova l' espressione più usuale «uno e trino» oppure «uno su tre», bensì l' inverso, «li quali sono tre e uno», a conferma della «sinfonica azione delle divine persone».

In La Vita Nuova e nel Convivio, «Dante ha mostrato Dio Trino come vicino, capace di operare meraviglie », ma è nella Commedia che «il mistero trinitario diviene cifra di fede in chi creando non abbandona a sé le proprie creature smarrite, ma le insegue, le conserva, e le guida su quella imperscrutabile via di salvezza che da lui ha origine, a lui conduce e il cui fine con lui stesso coincide». E se la riflessione teologica ha cercato le parole adatte per esprimere questa realtà, tenendo sempre conto della propria inadeguatezza nel «dire l' indicibile», si deve al sommo poeta l' avere spiegato al meglio nel primo canto del Paradiso questa umiltà del pensiero: «E vidi cose che ridire / né sa né può chi di là sú discende». (Avvenire)

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