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Donne in dialogo, testimoni profetici di speranza e di pace

Redazione online

Il convegno era organizzato dalla Pontificia Università Antonianum e dall’Ambasciata della Repubblica del Cile presso la Santa Sede, a cui hanno aderito e partecipato l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America presso la Santa Sede, la Delegazione dell’Unione Europea presso la Santa Sede, l’Ambasciata del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord presso la Santa Sede e Mary J. Donnelly Foundation.

La giornata è stata aperta dalla lettura del saluto di papa Francesco che ha rivolto a tutti i partecipanti «il suo beneaugurante pensiero, auspicando un reale avanzamento verso una più profonda 'teologia della donna' in sintonia anche con la dimensione femminile della Chiesa come seno accogliente che genera e rigenera la vita» e ha formulato «voti affinché la donna non sia solo più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un'autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa».

I lavori sono stati introdotti dal card.Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e dal Rettore Magnifico della Pontificia Università Antonianum, prof.ssa Mary Melone. Sono seguiti gli interventi della prof.ssa Cettina Militello e dell'Ambasciatore della Repubblica del Cile presso la Santa Sede, sig.ra Mónica Jiménez de la Jara.




Cettina Militello dopo aver presentato un excursus della situazione della donna nella Chiesa e nella società alla luce dei Vangeli e dei documenti pontifici, ha sottolineato la necessità di un movimento dialogico tra culture delle donne nelle varie società: “Poniamo dunque delle domande, a cui non abbiamo da dare risposte. Se mai attendiamo risposte dalle donne africane, americane, asiatiche… ben sapendo, per altro, che dietro ognuna di queste espressioni sta, in verità, un crogiuolo di culture. L’Africa, l’Asia sono un mosaico variegato di lingue, tradizioni, articolazioni sociali. La domanda è: cosa le donne cristiane, in dialogo con le loro variegate culture, hanno da dire? Cosa hanno da offrire per una umanità che riconosca il valore delle differenze, le accolga, le potenzi, riconoscendone la irrinunciabile ricchezza? Come le comunità, le Chiesa cristiane d’Africa, Asia, Americhe rispondono alle domande delle donne e quali domande le donne pongono alle Chiese?”

Ha concluso poi auspicando che la donna sia segno di profezia e di autorevolezza, passando dal silenzio alla parola, dalla invisibilità alla presenza e dalla subordinazione alla corresponsabilità: “Abbiamo bisogno delle donne, del loro vissuto, nei paesi di antica o nuova cristianità che rivisitano il loro passato, leggono criticamente il proprio presente e si aprono alla profezia di un futuro altro e diverso da quello ereditato. Le donne sono parte attiva di questo processo che è di riflessione, che è testimoniale, che è esistenziale nel senso suo più ampio.”


La Tavola rotonda, dedicata alle testimonianze sulle donne e la Chiesa nel mondo, ha proposto alcuni contributi tra cui l’intervento di suor Gloria Kirba sulla situazione delle donne in Africa: “La discussione sulla missione della donna nella chiesa in Africa riguarda prima di tutto il riconoscimento della sua dignità e la valorizzazione della sua vocazione come donna. La distinzione dei ruoli e ministeri non è distinzione di classe, ma piuttosto complementari per la costruzione della Chiesa-Famiglia di Dio, dove tutti non svolgono la stessa funzione, ma ciascuno secondo la propria vocazione.”

“Le donne” - ha proseguito suor Gloria - “proprio con il loro essere donna, con la loro esperienza femminile, offrono e hanno ancora tanto d’offrire alla vita e alla missione della Chiesa in Africa. Hanno scritto pagine meravigliose di dedizione alle necessità dei poveri, degli infermi, degli emarginati, degli orfani ecc. Durante il secondo sinodo per Africa, la voce delle donne è stata ascoltata; era una voce che non solo denunciava ma che nello stesso tempo dava anche speranza.”

Suor Gloria ha concluso il suo intervento invitando la donna “a prendere una posizione coraggiosa e profetica di fronte alla corruzione atroce, all’appropriazione indebita di fondi pubblici, al traffico di armi, alla fuga di capitali, allo sfruttamento incommensurabile da parte del mondo occidentale e al rapido dilagare del secolarismo che sta minacciando questo continente. Come testimone profetico, deve rinunciare e denunciare non solo gli autori dei mali sociali, politici ed economici, ma anche le strutture culturali ciniche che promuovono l’ingiustizia e compromettono la pace. Non basta denunciare, è anche importante dedicarsi alla costruzione della pace attraverso vari progetti, gruppi e iniziative. Questa è una grande sfida per la donna nella sua missione nella Chiesa in Africa oggi.”


La donna profeta di speranza e di pace nella Chiesa e nella società ed evangelizzatrice nelle società dell’America latina, come precisato da Carolina del Rio. In un processo di cambiamento e trasformazione delle società latino-americane, di fronte ad una lenta secolarizzazione, la donna ha il suo ruolo e anche la Chiesa ha una grande responsabilità. Carolina del Rio ha poi precisato che nell’identità del continente latino-americano rivestono grande importanza due fenomeni: il maschilismo e il ‘marianesimo’. Il primo si basa sull’idea della superiorità dell’uomo sulla donna mentre il secondo richiama l’immagine di Maria, così complessa in America Latina, simbolo ed esempio per le donne.

Per alcune donne è consolatrice, per altre sofferente, per altre ancora è difficile identificarsi in lei perché è inaccettabile la sua apparente passività. Questa complessità dell’immagine di Maria che ha permeato nel tempo l’essere donna nell’America Latina è oggi oggetto di studio da parte delle teologhe che cercano di recuperare un’immagine di Maria più integrale perché è “urgente ripensare a un modello di donna cristiana identificato con Maria.”

Un lavoro e una responsabilità, quello delle teologhe, “giusto e necessario”, come afferma Carolina del Rio; una riflessione che parta proprio dall’impatto che la figura di Maria ha sull’identità delle donne cristiane, accettando le difficoltà che le donne (e le teologhe) incontrano di fronte alla teologia “insufficiente a proposito della Madre di Dio, dobbiamo accettare la sconfitta e una riformulazione della sua verità e della sua rappresentazione simbolica.”

A completare il panorama sono seguiti gli interventi di Helen Leung sulle donne in Cina e quello di Karol Keehan sulle donne negli Stati Uniti d’America.




Il convegno proposto all’Antonianum non è stato però solo occasione di ascolto di testimonianze ma soprattutto di incontro e di condivisione tra donne laiche e consacrate e uomini, anch’essi laici o religiosi: perché ripensare il ruolo della donna nella Chiesa e nella società significa ripensare alla relazione uomo/donna. La giornata prevedeva infatti dopo il pranzo, anch’esso occasione di incontro e condivisione fraterna, i lavori dei workshop linguistici in cui è stato possibile un confronto fattivo di tutte le risonanze degli interventi.

Un’occasione non solo per parlare delle donne ma soprattutto per parlare con le donne che ci auguriamo possa ripetersi in altre forme e in altri luoghi.

Momenti di incontro e confronto che stimolino la riflessione sulla presenza femminile nella Chiesa e nella società, in modo particolare in quei paesi in cui la donna è ancora vittima di sfruttamento e violenza e che vive in situazioni di povertà e ignoranza faticando così, ad acquisire la consapevolezza del suo essere donna e persona umana.

Momenti di dialogo e di ascolto tra donne e con gli uomini per cercare di far riscoprire lo sguardo della donna sul mondo e la sua considerazione nella Chiesa. Non si tratta di rivendicazione di ruoli di potere ma di un riconoscimento del proprio esser donna nel servizio, della riscoperta delle peculiarità che le sono proprie, e il conseguente coinvolgimento nelle situazioni in cui lo “sguardo femminile” può essere significativo in complementarietà. Ci auguriamo che le parole di papa Francesco possano essere viatico per questo cammino affinché davvero “la donna non sia solo più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un'autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa”.

Monica Cardarelli

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