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Il frate clown di Dio

Redazione online
Pubblicato il 30-11--0001

Nomade di Dio. Così ama sentirsi e presentarsi, un cappuccino che per anni si è messo in pista, sotto i tendoni del circo. Fra Giuseppe Rosati, nato a Spoleto nel 1955, ha sentito la vocazione al saio a vent’anni ed è diventato sacerdote nel 1985. È un lottatore ed è costantemente alla ricerca di qualcosa che lo appassioni sulla via della preghiera, della ricerca dell’Assoluto. Si dichiara fortunato per aver potuto vivere l’esperienza d’essere parroco di una parrocchia molto particolare, che si muove di continuo con le sue carovane: il mondo del circo. Ora, dopo molti anni passati con la gente del circo, dilettandosi nel fare il clown, è rimasto amico spirituale di alcune famiglie circensi. Quando ha qualche giorno di vacanza, torna fra «la sua gente», come gli piace chiamarla. Adesso vive nel convento cappuccino di Città di Castello.

Perché un frate al circo? Che ci fa? Cosa porta?
Quando scelsi di diventar frate, io sono una vocazione adulta, vengo da una crisi politica che mi ha portato alla ricerca di un ideale di vita, dopo un certo cammino ho incontrato un frate cappuccino e decisi di mettere la mia vita a disposizione degli altri. Credo di portare in me una parte di esperienza contemplativa e quella di servizio ai poveri, il binomio privilegiato di Francesco. Momenti forti di vita di preghiera e di vita tra la gente. Quand’ero nel post noviziato, parlando della presenza dei Cappuccini nei vari campi, emerse anche il discorso delle minoranze. Perciò decisi di essere lì, dove non c’era un sacerdote. Per una certa mia simpatia dell’infanzia legata al mondo del circo, mi candidai ad avvicinare questa gente, mentre mi preparavo al sacerdozio. Il Padre maestro mi incoraggiò. Per me era una novità, come lo era per la Chiesa, per i frati. Era inconsueto vedere un frate che andava verso le carovane dei circhi.

A quando risale il primo approccio?
Agli anni 1976-1977. Ma fu nel 1979 che avvenne la mia prima entrata in una roulotte. Agli esordi mi avvicinavo come amico. Un giorno, in una roulotte del circo di Nando Orfei, vidi che sopra la porta dell’ufficio era stata collocata l’immagine di un francescano, padre Bruno. Mi raccontarono che questo frate, durante l’estate, prendeva le sue vacanze per stare con loro. Amministrava i sacramenti, insegnava il catechismo e poi tornava in convento. Una volta, mentre si recava al circo, ebbe un incidente mortale. Avvertii la necessità di prendere quel testimone e fare staffetta. Chiesi di andare al circo e me ne fu data subito la possibilità. Ci andai: e per una settimana feci vita in comune con loro, mangiando, dormendo con quella eterogenea famiglia. Non è facile. Finché vai a vedere il circo per uno spettacolo è bello, perché ti accende la fantasia, ti fa sognare. Però viverci la vita di tutti i giorni è difficile. Ho voluto condividere quella vita, per parecchi anni sono stato il frate operaio del circo: montavo, smontavo, andavo a prendere la segatura, davo i biglietti, attaccavo i manifesti.

Poi ci fu un giorno che…
Sì, un giorno speciale e indimenticabile in cui entrai in pista come clown e lì fu un’esperienza forte, a Foligno, con il circo di Cesare Togni. Ebbi poi l’aiuto di un’altra scuola, Flavio Colombaioni, e grazie a lui mi confrontai con l’arena, perché se vuoi fare il clown devi passare per l’arena. Per quasi vent’anni mi sono dilettato a fare il clown, diventando il “Frate Clown”, andando ripetutamente nelle trasmissioni di Maurizio Costanzo. È stato un tempo bellissimo, indimenticabile. L’altro settore in cui mi sono avventurato è quello più propriamente pastorale. Quando divenni sacerdote, in un circo mi chiesero: perché non prepari i nostri bambini alla Prima comunione? Da lì iniziai il ministero sacerdotale, portando i sacramenti dentro il circo. Sono arrivato a conoscere cinquanta circhi italiani. Mi sono fermato, un po’ per l’età, un po’ per i notevoli cambiamenti intervenuti. I circhi sono diventati grandi. Molta gente non sa come vivono gli abitanti del circo. È una cultura. Bisogna conoscerli bene, prima di giudicarli. Ai ragazzi mi piaceva e mi piace ripetere quando ne ho l’occasione una frase di Nando Orfei: «I circensi sono atleti senza medaglia».

È difficile portare l’annuncio in questa parrocchia molto speciale che è un circo, con un’identità in continuo movimento e comunque con un’identità precisa?
Non ho incontrato difficoltà, prima però i circensi devono capire bene chi sei. Bisogna guadagnarsi la fiducia. Un conto è l’andare al circo per fare catechismo, per celebrarvi la messa. Altro è viver lì dentro. Dobbiamo ritrovare il tempo, parlare delle cose della vita, dello spirito, della preghiera, dei valori, dell’eternità. Dobbiamo saper dare risposte concrete, aiutarli nella lettura della Parola di Dio.

Qual è la fatica di vivere più acuta che ha percepito sotto i tendoni?
Questa gente, ancora oggi, non viene accettata per quello che è. La cultura circense non è accettata e non passa. Spesso avvertito è il rischio dello scoraggiamento: sudare per un giorno e mezzo a disporre il circo e poi alla sera non vedere nessuno… Non dimentichiamo la burocrazia infinita dello Stato per la luce, l’acqua, l’uso della piazza. La crisi sta mettendo in ginocchio molti piccoli circhi. Da loro ho imparato il sacrificio, la costanza, la caparbietà. Il loro mantra è: lo spettacolo continua...

Come si può tentare di mettere a fuoco l’identità della gente del circo?
È un popolo libero e io, vivendo con loro, provo l’esperienza della libertà. Attraverso l’arte, lo spettacolo, la fisicità, i circensi trasmettono gioia, entusiasmo, divertimento, l’esperienza della vita come viaggio, pellegrinaggio; sono portatori di una cultura antica e nuova, in continua evoluzione. Io posso dire, personalmente, che i frati mi hanno fatto sacerdote, il circo mi ha aiutato a rimanere sacerdote umano. Chi incontra questa gente, percepisce subito il calore avvolgente dell’umanità. Certi gesti che fanno i circensi nella vita quotidiana mi lasciano ammirato e senza parole. Conosco dei ragazzi che io chiamo non a caso «i miei san Francesco».

C’è un santo protettore dei circhi?
Quando partii entusiasta per la mia avventura nel mondo del circo, avevo preso con me alcune immaginette di san Francesco, che è un’icona dei nomadi. La sua vita era camminare, ogni giorno si recava almeno in tre paesi. Volevo perciò proporlo come santo dei circensi. I quali però mi fecero presente che il loro santo ce l’avevano già, san Giovanni Bosco, perché faceva il saltimbanco per portare i giovani in chiesa.

Si va al circo in cerca di evasione, forse per ridiventare un po’ bambini, per afferrare uno spicchio di felicità. È possibile?
Sono moltissimi coloro che vanno al circo con i bambini, per regalar loro due ore di un mondo magico, fatato. Tutti si aspettano uno spettacolo bello, che li faccia divertire; se lo spettacolo non risponde alle esigenze del pubblico, escono rattristati. Se lo spettacolo è bello e risponde alle loro esigenze, eccoli uscire sereni e rilassati.

Che idea s’è fatto di felicità?
La felicità è quando tu riesci a stare in equilibrio con il sentimento e la ragione, è quando tu ami Dio e ami te stesso e gli altri. La felicità è possibile se riusciamo a rimettere l’interiorità al centro della nostra vita. Noi dobbiamo trovare il tesoro dentro lo scrigno. Di sicuro non danno felicità il vuoto dell’anima, l’assenza della presenza dello spirito nell’uomo, i molti surrogati del consumismo.

Qual è lo sfregio più grave nei confronti dell’uomo, in questo tempo?
Manca il rispetto dell’uomo verso l’uomo e verso il Creato. I nostri mali sono l’individualismo, l’egoismo, l’eclissi di Dio. Vediamo bene quanta indifferenza ci circonda, il deserto di solitudine che ci cresce attorno. Se è vero che il cosmo è rappresentato in un microcosmo dentro di noi, l’uomo sta distruggendo questo microcosmo. Papa Francesco ci ha ammonito: stiamo diventando cibo avariato, ci stiamo auto distruggendo. Il denaro sta accecando l’uomo.Giuseppe Zois - Vita Cattolica


INTERVISTA DEL 2004 PER DIOCESI DI TERNI
Spesso si parla del circo in relazione ai problemi degli animali.

Oggi va di moda pensare più agli animali che agli uomini. Siamo più contenti di dare kit kat ai gatti che un pasto caldo ai barboni. Io proprio per parlare del rapporto del circo con gli animali sono addirittura entrato nella gabbia di una tigre. Un esperienza unica, ma bellissima. Ora non mi occupo molto di aiutarli da questo punto di vista, perché ci sono degli enti che lo fanno. Io sono un frate, non un sindacalista. Sto con loro e penso alle persone aiutandole ad affrontare queste avversità e cerco, se posso faccio qualcosa. Ma sono pochi a difendere quest'arte. Nel circo non ci sono solo gli animali, ci sono artisti.

Ti sei mani scontrato con dei dimostranti?
"Mi è successo di essere presente un giorno in cui c'era una manifestazone contro il circo. Gli ambientalisti volevano convincere la gente a non entrare, alla fine io li ho convinti ad entrare, e per ringraziarli sono entrato nella gabbia".

Ma non si può fare un circo senza animali?
"Certo, ce ne sono anche. Ma perché un circo deve rinunciare agli animali solo per assecondare un gruppo di persone che vogliono imporre le loro idee agli altri, abbandonando animali che sono nati dentro il circo stesso? Non voglio entrare in polemica ma perché si parla tanto degli animali del circo e non ci si interessa di tanti animali che nascono e muoiono in gabbie strettissime per farci mangiare il pollo o la bistecca, perché al povero maiale o alla povera gallina nessuno ci pensa. Comunque io penso semplicemente che come loro sono liberi di esprimere le loro idee devono lasciare liberi gli altri di fare le proprie scelte. Io ho visto tante cose gravi: piazze sporche, bambini che giocavano con oggetti pericolosi. Ma di queste non si parla. Beh, io mi occupo degli uomini, prima che degli animali".

Però Francesco amava molto gli animali...
"Non era Francesco che andava dagli animali, erano gli animali che andavano da lui! Francesco è andato dal lebbroso, e poi dagli animali. Non mi piace chi cerca di strumentalizzarlo in questo senso. Francesco ha guardato prima al fratello".

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