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Il Poverello e il cappuccino? Figli 'diversi' dello stesso stile

Credits Ansa

Il Poverello d'Assisi e il santo del Gargano figli della stessa radice spirituale, il francescanesimo, ma in un certo senso diversi per il loro stile di annuncio del Vangelo. È la lettura che offre, a 50 anni dalla scomparsa di Padre Pio, l'arcivescovo di Benevento, Felice Accrocca. Dal suo osservatorio - la diocesi in cui nacque nel 1887 Francesco Forgione e dove apprese i primi rudimenti della fede nella piccola Pietrelcina - il presule di origini laziali, con alle spalle un passato di storico medievista (è stato tra l'altro allievo di Raul Manselli), intravede dei punti di continuità ma anche di discontinuità tra queste due grandi figure all'interno del francescanesimo. «Grandi punti di contatto indubbiamente vi sono, non fosse altro per il fatto che Padre Pio fu un devoto figlio di san Francesco - è l'argomentazione -.




Entrambi hanno scelto di servire la Chiesa e l'hanno amata fino in fondo, come essa si presentava ai loro occhi, con le sue luci e le sue ombre; inoltre Padre Pio ha osservato per tutta la sua vita le Costituzioni che l'Ordine dei cappuccini si era dato nel 1536 e che, con continui aggiornamenti, rimasero in vigore fino al 1968, anno della sua morte. Un testo la cui l'ispirazione francescana è fortissima: gran parte del "suo" francescanesimo Padre Pio l'ha assorbito proprio da lì». E Accrocca annota a questo proposito un dettaglio: «Ci fu poi il fenomeno della stimmatizzazione...Si osservano però anche differenze: Padre Pio era sacerdote, san Francesco no; il frate del Gargano trascorse una vita intera a confessare, san Francesco fu solo un penitente; Padre Pio trascorse gran parte della sua vita nello stesso convento, quella di san Francesco fu in gran parte itinerante.



Anche riguardo alle stimmate, oltre l'indubbia continuità, si registrano discontinuità: quelle di Padre Pio - da quel che è dato vedere - apparvero come fori sulla carne, quelle di Francesco come escrescenze carnose che riproducevano, possiamo dire, le punte e le teste dei chiodi; Francesco le ricevette due anni prima della morte, il cappuccino le portò sul suo corpo per cinquant'anni; quelle di Francesco rimasero di fatto occultate finché egli fu in vita, quelle di san Pio furono da tutti conosciute».




Una diversità, a giudizio dell'arcivescovo, confermato anche da come la memoria comune colloca queste due giganti della fede cattolica. «Il Poverello d'Assisi emerge ancora oggi nel ricordo collettivo come l'"assoluto del Vangelo" come ebbe a definirlo il teologo domenicano Yves Marie Congar, mentre il secondo ci appare come il carismatico che ha ricevuto dal Signore doni straordinari». Accrocca constata soprattutto nel "fenomeno Padre Pio" un terreno privilegiato per la riscoperta del sacro ma anche del miracolo - basti pensare al medievale culto delle reliquie - che il sacerdote taumaturgo è riuscito a trasmettere a tanti, spesso lontani dalla fede. «In tal senso, credo che molti colgano in lui un segno di questa straordinarietà, ma è proprio lui, sulle orme di Cristo, a indicarci il segno di Giona profeta, cioè la partecipazione al mistero pasquale di Gesù, condizione essenziale per ogni uomo che voglia dirsi cristiano».



Ma per riscoprire la fede genuina di Padre Pio bisogna forse ritornare nel Sannio nei luoghi che lo videro bambino e «respirare a pieni polmoni la cultura contadina della sua gente». Dal suo ragionamento l'arcivescovo rievoca alcuni tratti salienti della biografia del frate: qui a Benevento venne ordinato prete nel 1910 e a Pietrelcina celebrò la sua Prima Messa. E sempre in questa terra fece le sue prime esperienze mistiche. «Le espressioni dialettali che Padre Pio non di rado utilizzava sono le stesse usate dalla gente del Sannio - rammenta -.



Ancora oggi è possibile sperimentare nello stesso paesaggio collinare in cui visse un mondo fatto di cose semplici, la fede schietta nel Signore, la fiducia nella mediazione ecclesiastica. Le stesse caratteristiche in fondo che hanno modellato Francesco Forgione come uomo e credente». Nella folta galleria delle grandi figure canonizzate all'interno della multiforme famiglia francescana con i suoi tre Ordini storici, i conventuali, i minori e i cappuccini, monsignor Accrocca accosta il frate delle stigmate per lo stile di affabilità e «per quel volto burbero di un cane che abbaia ma non morde» a san Felice da Cantalice ma anche a san Giuseppe da Copertino.



Un personaggio dunque in piena sintonia con quella immagine di "santità possibile", come indica l'Esortazione apostolica di papa Francesco Gaudete et exsultate. «Grazie a lui e al suo esempio ho compreso con maggior forza il bisogno di tornare all'essenzialità del Vangelo, a quella semplicità delle parole e dei gesti che fanno dell'uomo e del cristiano una cosa sola: in definitiva, un uomo cristiano capace di lavorare per l'unità e la comunione». (Filippo Rizzi - Avvenire)


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