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ROMA E ASSISI ALL'UNISONO: DIFENDERE L'UOMO, SOPRATTUTTO IL PIU' DEBOLE

Nella messa della notte di Natale, il papa sillaba che la cittadinanza viene a tutti con la nascita di Gesù

di Redazione online
ROMA E ASSISI ALL'UNISONO: DIFENDERE L'UOMO, SOPRATTUTTO IL PIU' DEBOLE
Credit Foto - Corriere della Sera

«Maria e Giuseppe, per i quali non c’era posto, sono i primi ad abbracciare Colui che viene a dare a tutti noi il documento di cittadinanza». Qualche giorno fa, Francesco diceva in un messaggio via Twitter che «ogni straniero che bussa alla nostra porta è occasione di incontro con Cristo».Ed ora, nella messa della notte di Natale, sillaba che la cittadinanza viene a tutti gli uomini con la nascita di Gesù. La fede nel Natale, dice, «ci spinge a dare spazio a una nuova immaginazione sociale, a non avere paura di sperimentare nuove forme di relazione in cui nessuno debba sentire che in questa terra non ha un posto». Non bisogna chiudersi per timore: «Natale è tempo per trasformare la forza della paura in forza della carità, in forza per una nuova immaginazione della carità. La carità che non si abitua all’ingiustizia come fosse naturale, ma ha il coraggio, in mezzo a tensioni e conflitti, di farsi “casa del pane”, terra di ospitalità. Ce lo ricordava San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo”». I fedeli sono chiamati ad annunciare e condividere «la gioia con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha abbracciato noi pagani, peccatori e stranieri, e ci spinge a fare lo stesso».

«Chi non ha posto»

Il canto tradizionale della Kalenda nella Basilica di San Pietro, la processione lungo la navata centrale, il pontefice che depone la statua Bambinello nel presepe. Il quinto Natale di Francesco ripercorre il senso del racconto di Luca a partire all’antefatto: «Andiamo indietro di alcuni versetti. Per decreto dell’imperatore, Maria e Giuseppe si videro obbligati a partire. Dovettero lasciare la loro gente, la loro casa, la loro terra e mettersi in cammino per essere censiti. Un tragitto per niente comodo né facile per una giovane coppia che stava per avere un bambino: si trovavano costretti a lasciare la loro terra. Nel cuore erano pieni di speranza e di futuro a causa del bambino che stava per venire; i loro passi invece erano carichi delle incertezze e dei pericoli propri di chi deve lasciare la sua casa. E poi si trovarono ad affrontare la cosa forse più difficile: arrivare a Betlemme e sperimentare che era una terra che non li aspettava, una terra dove per loro non c’era posto». Non c’era posto per loro, il Papa cita il Vangelo di Giovanni: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». Ed è proprio lì, in quella mangiatoia, «in mezzo all’oscurità di una città che non ha spazio né posto per il forestiero che viene da lontano, in mezzo all’oscurità di una città in pieno movimento e che in questo caso sembrerebbe volersi costruire voltando le spalle agli altri, proprio lì si accende la scintilla rivoluzionaria della tenerezza di Dio», scandisce Francesco: «A Betlemme si è creata una piccola apertura per quelli che hanno perso la terra, la patria, i sogni; persino per quelli che hanno ceduto all’asfissia prodotta da una vita rinchiusa».



La sopravvivenza

Nei passi di Giuseppe e Maria «si nascondono tanti passi», prosegue il Papa: «Vediamo le orme di intere famiglie che oggi si vedono obbligate a partire. Vediamo le orme di milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra. In molti casi questa partenza è carica di speranza, carica di futuro; in molti altri, questa partenza ha un nome solo: sopravvivenza. Sopravvivere agli Erode di turno che per imporre il loro potere e accrescere le loro ricchezze non hanno alcun problema a versare sangue innocente». Ma quel bambino viene a dare a tutti la cittadinanza su questa terra, a cominciare dai più poveri e dagli ultimi, perché «nella sua povertà e piccolezza denuncia e manifesta che il vero potere e l’autentica libertà sono quelli che onorano e soccorrono la fragilità del più debole». Nella notte di Natale, inoltre, «Colui che non aveva un posto per nascere viene annunciato a quelli che non avevano posto alle tavole e nelle vie della città», spiega il Papa: «I pastori sono i primi destinatari di questa Buona Notizia. Per il loro lavoro, erano uomini e donne che dovevano vivere ai margini della società. Le loro condizioni di vita, i luoghi in cui erano obbligati a stare, impedivano loro di osservare tutte le prescrizioni rituali di purificazione religiosa e, perciò, erano considerati impuri. La loro pelle, i loro vestiti, l’odore, il modo di parlare, l’origine li tradiva. Tutto in loro generava diffidenza. Uomini e donne da cui bisognava stare lontani, avere timore; li si considerava pagani tra i credenti, peccatori tra i giusti, stranieri tra i cittadini. A loro – pagani, peccatori e stranieri – l’angelo dice: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”».



Oltre l’indifferenza

La fede nel Natele porta insomma «a riconoscere Dio presente in tutte le situazioni in cui lo crediamo assente», fa notare il Papa: «Egli sta nel visitatore indiscreto, tante volte irriconoscibile, che cammina per le nostre città, nei nostri quartieri, viaggiando sui nostri autobus, bussando alle nostre porte». E sta con coloro che non hanno un posto, su questa Terra. «Nel Bambino di Betlemme, Dio ci viene incontro per renderci protagonisti della vita che ci circonda. Si offre perché lo prendiamo tra le braccia, perché lo solleviamo e lo abbracciamo. Perché in Lui non abbiamo paura di prendere tra le braccia, sollevare e abbracciare l’assetato, il forestiero, l’ignudo, il malato, il carcerato». Francesco ripete le parole di Wojtyla: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! In questo Bambino, Dio ci invita a farci carico della speranza. Ci invita a farci sentinelle per molti che hanno ceduto sotto il peso della desolazione che nasce dal trovare tante porte chiuse. In questo Bambino, Dio ci rende protagonisti della sua ospitalità». La preghiera finale di Francesco richiama la «rivoluzione della tenerezza» di Dio: «Commossi dalla gioia del dono, piccolo Bambino di Betlemme, ti chiediamo che il tuo pianto ci svegli dalla nostra indifferenza, apra i nostri occhi davanti a chi soffre. La tua tenerezza risvegli la nostra sensibilità e ci faccia sentire invitati a riconoscerti in tutti coloro che arrivano nelle nostre città, nelle nostre storie, nelle nostre vite. La tua tenerezza rivoluzionaria ci persuada a sentirci invitati a farci carico della speranza e della tenerezza della nostra gente». (Corriere della Sera – Gian Guido Vecchi). 


Redazione online

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