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La pia pratica della Via Crucis. Ecco quali sono le origini

di Antonio Tarallo
La pia pratica della Via Crucis. Ecco quali sono le origini
Credit Foto - Faro di Roma


“Stabat mater dolorosa/ iuxta crucem lacrimósa,/ dum pendébat Fílius”. I versi di Jacopone da Todi fanno da leitmotiv alle stazioni della Via Crucis. L’eco lontano di questa sorta di litania, si ode forte in ogni anima di fedele nel Venerdì Santo. Il popolo di Dio, è raccolto, nella meditazione della Croce.

In tutto il tempo quaresimale, in molte chiese, proprio il venerdì, questa “pia devozione” è stata svolta a conclusione del rito della Santa Messa. Stasera, il culmine, in quella del Colosseo, condotta da Papa Francesco.

Ma la storia di questa “Via dolorosa” di accompagnamento al Calvario, è antica. Molto antica. La “Via Crucis” affonda le sue origini nella devozione popolare, fra il XII e il XV secolo. Originariamente non comprendeva un numero preciso e definito di quadri, o “stazioni”.

Queste, venivano lasciate – il più delle volte – alle tradizioni locali, che attingevano anche a testi non facenti parte della Sacra Scrittura.

Bisogna però precisare che una sorta di Via Crucis embrionale era presente alla fine del IV secolo. E’ la pellegrina Eteria a darcene notizia, nella sua “Peregrinatio Etheriae”. Ci parla di tre edifici sacri, eretti sulla cima del Golgota. Queste tre chiese erano collegate da una processione che – in certi giorni dell’anno – si snodava dalla chiesa dell’Anastasis a quella detta del Martyrium.

Questa processione, con i suoi canti e il suo stretto legame con i luoghi della passione, ricorda molto la devozione alle “tappe” del Calvario, così come noi oggi le conosciamo.

Ma ritorniamo al secolo dodicesimo. Una prima traccia di “Via Crucis” la possiamo scovare in Terra Santa, in uno scritto del 1228, di tale Ernoul, che ci parla del “cammino percorso da Cristo dalla porta Dolorosa verso il Calvario”. Mentre, nel 1294, troviamo il racconto "per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem" di frate Rinaldo di Monte Crucis, domenicano.

Già in quest’ultimo, si citano varie tappe, chiamate “stationes”. Fra queste, il luogo della condanna a morte di Gesù, l'incontro con le pie donne, la consegna della croce a Simone di Cirene, e altri episodi della Passione, fino a giungere alla morte di Gesù sulla Croce.

Questo “clima” devozionale trova la sua origine in alcune figure di santi, ben precisi: San Bernardo di Chiaravalle, San Francesco d'Assisi e San Bonaventura da Bagnoregio, sono stati sicuramente “apripista” al tutto, per la loro devozione profonda alla Passione di Cristo.

A tutto ciò, è necessario aggiungere l'entusiasmo sollevato dalle Crociate che si proponevano di ricuperare il Santo Sepolcro. Inoltre, i pellegrinaggi assai diffusi a partire proprio dal secolo XII, e la presenza stabile, dal 1233, dei frati minori francescani nei “luoghi santi”, diedero un cospicuo contributo all’istituzione della “pia pratica” del rivivere la salita di Cristo, al monte Calvario.

La Via Crucis, nella sua forma attuale, e cioè con le quattordici stazioni che conosciamo, è attestata in Spagna, nella prima metà del secolo XV, soprattutto in ambienti francescani.

Dalla penisola iberica, passò poi nel territorio della Sardegna, che si trovava – all’epoca – sotto il dominio della corona spagnola. Dalla Sardegna, successivamente, arrivò nella penisola italica.

Convinto ed efficace divulgatore fu San Leonardo da Porto Maurizio, frate minore, instancabile missionario. Egli stesso, eresse personalmente oltre 572 Via Crucis.

Il numero delle “stazioni” e il loro contenuto furono precisati dall’autorità ecclesiastica nel 1731, accogliendo la prassi allora più diffusa che comprendeva anche momenti non presenti nei Vangeli.

E’ San Francesco di Assisi a darci, una meditazione su questo enorme mistero della Croce che in questa devota pratica si contempla. Il giusto modo, credo, per vivere questo giorno con lo sguardo rivolto alla Croce:

“E la volontà del Padre suo fu questa, che il suo figlio benedetto e glorioso, che egli ci ha donato ed è nato per noi, offrisse se stesso, mediante il proprio sangue, come sacrificio e vittima sull’altare della croce, non per sé, poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, ma in espiazione dei nostri peccati, lasciando a noi l’esempio perché ne seguiamo le orme”.



Antonio Tarallo

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