NOTIZIE > francescanesimo

Zamagni: francescani inventori dell'economia di mercato

Fraternità applicata alla sfera economica

di Stefano Zamagni
Zamagni: francescani inventori dell'economia di mercato
Credit Foto - Archivio Fotografico Sacro Convento Assisi

In questi ultimi anni all’estero, e lo si vede dalla pubblicistica, c’è un risveglio di interesse al pensiero francescano, eccetto che in Italia, soprattutto negli ambienti accademici: sembra quasi che il francescanesimo sia stata una meteora passata che non abbia lasciato alcun segno; e invece è ai francescani che si deve l’invenzione, o meglio, la creazione di quella che oggi noi chiamiamo l’economia di mercato, nata prima del capitalismo.

I francescani, seguendo l’esempio di Francesco, danno vita all’economia di mercato come risposta all’imbarazzo della ricchezza, termine tecnico che usano gli storici. L’imbarazzo della ricchezza era stato scoperto dai monaci cistercensi – Bernardo da Chiaravalle – che accumulavano ricchezza nei loro monasteri, ma non riuscivano a farla circolare, evidenziando la miseria all’esterno. Francesco dice questo: “c’è qualcosa che non va”, ed è così che i francescani escono dai monasteri e creano i conventi; il convento è esattamente l’opposto del monastero: nel convento è un “con venire”, ed i conventi devono stare nelle città, non fuori perché devono essere aperti a tutti. Quindi l’economia di mercato nasce per consentire alla ricchezza di essere partecipata, nasce così l’organizzazione della divisione del lavoro.

Come mai solo da venti anni circa a questa parte le categorie di pensiero francescano stanno tornando in superficie, in primo luogo tra gli economisti?
Direi che per rispondere a questa domanda occorre che prestiamo un attimo l’attenzione ad una caratteristica di questa fase, di questa epoca storica, che è quella di essere un’epoca di paradossi, viviamo in un’epoca di paradossi.

I paradossi. Sappiamo che paradosso è una parola greca che significa meraviglia, sorpresa, qualcosa che uno non si aspetta. E quali sono questi paradossi? Indichiamone alcuni.
Un primo paradosso è che, mentre la ricchezza aumenta mediamente, le diseguaglianze aumentano più che in proporzione. Le diseguaglianze ci sono sempre state ma qual è la caratteristica di questa fase storica? Le diseguaglianze sono in aumento più che proporzionale rispetto al tasso di aumento del PIL, ossia del reddito e della ricchezza, e l’economia di mercato non può funzionare se ci sono troppe diseguaglianze; dove c’è diseguaglianza non ci può essere sviluppo.

Il secondo paradosso è quello della felicità, scoperto nel 1974 Richard Easterlin con un gruppo di economisti. Per la prima volta nella storia dell’umanità utilità e felicità pubblica non procedono più nella stessa direzione. La felicità è nella relazionalità, mentre l’utilità è la proprietà della relazione tra uomo e cosa, le cose ci danno utilità ed è bene che sia così ci mancherebbe altro. La felicità invece passa attraverso le relazioni.

Il terzo paradosso: oggi soffriamo di una scarsità ignota alle epoche precedenti, ed è la scarsità dei beni comuni. I beni sono privati, pubblici e comuni. Ora noi abbiamo creato un sistema capace di produrre beni privati e altrettanto capace di produrre beni pubblici. Quello di cui facciamo difetto sono i beni comuni, l’esempio tipico del bene comune è l’ambiente, la conoscenza è un bene comune, il territorio è un bene comune, l’acqua è un bene comune.

Ebbene questi tre paradossi hanno qualcosa in comune: questi paradossi richiedono la rimessa in discussione del principio di fraternità. La fraternità era nella bandiera della Rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité; significa che fino alla fine del 1700 si parlava negli ambienti europei dell’epoca di Francesco, ma i giacobini dopo la Rivoluzione hanno eliminato la parola fraternità, perché dava fastidio; vennero bruciati i libri che parlavano di fraternità. Ebbene oggi noi siamo nella condizione di capire che senza il recupero della categoria di pensiero della fraternità, quei paradossi non riusciremo a scioglierli, e peggioreremo.

Cosa vuol dire riprendere in mano la categoria di fraternità? Vuol dire applicare il principio di reciprocità. La “Caritas in veritate” è la prima enciclica della dottrina sociale della Chiesa che ha investito buona parte del proprio discorso sulla fraternità in economia. Il Papa dice: badate che la fraternità non basta applicarla dentro la famiglia – e bisogna farlo –, non basta applicarla nelle associazioni – e bisogna farlo –, non bisogna applicarla solo in quelli che l’art. 2 della Costituzione chiama corpi intermedi, bisogna trovare il modo di applicarla nella sfera economica, cioè all’interno del mercato.

Come facciamo ad applicarla? Il principio di reciprocità va affiancato con il principio dello scambio di equivalenti e con il principio del comando. Che cosa comporta? Comporta, per dirla in termini di scienza politica o di diritto costituzionale, il passare da un ordine sociale dicotomico ad un ordine sociale tricotomico, cioè: a un ordine sociale, qual è ancora concepito il nostro basato sui due pilastri del pubblico e del privato, occorre aggiungerne un terzo, il civile. Vorrei chiudere con una metafora, del Fedro di Platone: “Il solco sarà diritto e il raccolto abbondante se i due cavalli che trainano l’aratro marciano alla stessa velocità”.

Se un cavallo corre più veloce dell’altro, il solco piega a destra o a sinistra e il raccolto non sarà buono. Ebbene i due cavalli sono l’uno l’efficienza che dice produttività, l’altro è la fraternità e, per tradurlo in termini più vicini a noi in questi giorni, i due cavalli sono l’uno l’austerità, l’altro la crescita. Non possiamo mandare avanti solo il cavallo dell’austerità, devono marciare assieme, perché se non vanno alla stessa velocità, il solco, come ho ricordato, piega da una parte o dall’altra. Ecco allora l’idea finale che la scuola di pensiero francescana ci ha donato: quello di farci capire che l’economia è veramente posta al servizio dell’uomo.

Intervento del Prof. Stefano Zamagni per il Convegno sull'economia che si è tenuto ad Assisi nel 2012: "E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare...voglio che tutti lavorino"


Stefano Zamagni

Commenti dei lettori



NON CI SONO COMMENTI PER QUESTO ARTICOLO

Lascia tu il primo commento

Lascia il tuo commento

Nome (richiesto):
Email (richiesta, non verrà mostrata ai visitatori):
Il tuo commento(Max. 300 caratteri):
ACCONSENTO NON ACCONSENTO
al trattamento dei miei Dati personali per le finalità riportate nell'informativa, al fine esclusivo di contattare l'utente per sole ragioni di servizio, legate all'evasione delle sue richieste (pubblicazione commenti)
Organo ufficiale di Stampa della Basilica di San Francesco d'Assisi
Custodia Generale Sacro Convento
© 2014 - tutti i diritti riservati
Contatti | Credits