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Papa: Romero martire pure dopo la morte, calunniato e infangato

di Iacopo Scaramuzzi
Papa: Romero martire pure dopo la morte, calunniato e infangato

Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, trucidato nel 1980 dagli squadroni della morte del suo paese mentre diceva messa e beatificato solo da papa Francesco lo scorso 23 maggio fu «diffamato, calunniato, infangato» dopo la morte tanto che il suo martirio «continuò», anche «da parte di suoi fratelli nel sacerdozio e nell'episcopato», con «la pietra più dura che esiste: la parola». Lo ha denunciato papa Francesco concludendo un discorso rivolto ai partecipanti al pellegrinaggio da El Salvador, giunti a Roma proprio in segno di ringraziamento per la beatificazione di Romero.



«Il martirio di Romero non fu puntuale, non avvenne solo nel momento della morte, fu un martirio-testimonianza, fu sofferenza anteriore, persecuzione anteriore la sua morte. Ma fu anche posteriore», ha detto papa Francesco concludendo, a braccio, il discorso in spagnolo. Romero, «una volta morto – ero giovane sacerdote e ne fui testimone – fu diffamato, calunniato, infangato. Il suo martirio continuò anche da parte di suoi fratelli nel sacerdozio e nell'episcopato. Non parlo per aver sentito dire. Ho ascoltato queste cose», ha detto il Papa. «È bello vederlo così: un uomo che ha continuato a essere martire. Ora credo che quasi nessuno osi… ma dopo aver dato la sua vita ha continuato a darla lasciandosi colpire da tutte quelle incomprensioni e calunnie. Questo mi dà la forza, solo Dio sa. Solo Dio sa la storia delle persone, e quante volte le persone che hanno già dato la loro vita continuano a essere lapidate con la pietra più dura che esiste nel mondo: la lingua».



Il Papa aveva ringraziato i 500 pellegrini salvadoregni, ricevuti nella «sala Regia» del Palazzo apostolico, venuti a Roma con «allegria per il riconoscimento come beato di monsignor Oscar Arnulfo Romero, pastore buono, pieno di amore di Dio e vicino ai suoi fratelli al quale, vivendo il dinamismo delle beatitudini, fu tolta la vita in maniera violenta, mentre celebrava l’eucaristia, sacrificio di amore supremo, sigillando con il suo proprio sangue il Vangelo che annunciava». Francesco ha ricordato che «martiri non si nasce», ma si tratta di «una grazia che il Signore concede», e, riprendendo una sua udienza del 7 gennaio scorso, ha ricordato le parole dello stesso Romero: «Tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore… Dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere spirito di martirio, è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; in quel silenzio della vita quotidiana; dare la vita a poco a poco».



Il martire, ha proseguito il Papa, «non è qualcuno relegato nel passato, una bella immagine che adorna le nostre chiese e ricordiamo con nostalgia. No, il martire è un fratello, una sorella, che continua ad accompagnarci nel mistero della comunione dei santi, e che, uniti a Cristo, non ignora il nostro pellegrinaggio terreno, le nostre sofferenze, le nostre agonie. Nella recente storia di questo amato Paese, la testimonianza di Mons. Romero, si è unita agli altri fratelli e sorelle, come padre Rutilio Grande, che, non avendo paura di perdere la vita, l'hanno guadagnata e sono stati intercettori del loro popolo davanti al Vivente, che vive per secoli e secoli e ha nelle sue mani le chiavi della morte e della vita». Gesuita, collaboratore di Romero, Rutilio Grande Garcia fu ammazzato anch’egli dagli squadroni della morte nel 1977. La sua causa di beatificazione è stata aperta nei mesi scorsi in Salvador. Presentando la beatificazione di Romero e annunciando quella di Rutilio Grande il postulatore della causa dell’arcivescovo del Salvador, monsignor Vincenzo Paglia, raccontò che nel corso degli anni, contro la beatificazione Romero, ci furono «montagne di carte».



A salutare il Papa a nome del pellegrinaggio, a inizio udienza, monsignor José Luis Escobar, presidente della Conferenza episcopale salvadoregna, che ha detto di non poter esprimere in pieno il sentimento di gratitudine per avere beatificato «il figlio migliore» del Salvador, scrivendo, con la beatificazione, «la pagina più bella della storia della nostra Chiesa e del nostro paese». Il Presule ha fatto anche riferimento al «grave conflitto fratricida» in corso nel paese latinoamericano, indicando l’esempio di Romero e di Rutilio Grande come ispirazione per costruire una «società più giusta, riconciliata e in pace» e invitando il Papa a visitare il Salvador con un viaggio che sarebbe «sublime balsamo curativo della nostra situazione, dove il popolo soffre una grave violenza che causa dolore e morte». Il Papa, nel suo discorso, ha menzionato anch’egli la «terribile tragedia della sofferenza dei tanti nostri fratelli a causa dell’odio, della violenza e della ingiustizia», invocando una «pioggia di misericordia e bontà, un torrente di grazia» capace, nel nome di Romero, di «convertire tutti i cuori» affinché tutti si sentano «fratelli sena differenze, perché tutti siamo una sola cosa in Cristo nostro Signore». (Vatican Insider)


Iacopo Scaramuzzi

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