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Papa Giovanni Paolo II, l’Astronomia dell’Amore

di Antonio Tarallo
Papa Giovanni Paolo II, l’Astronomia dell’Amore
Credit Foto - papaboys.org

Il lungo pontificato di Giovanni Paolo II non poteva non toccare anche il tema dell’astronomia.  Sono state tante le questioni che Karol Wojtyla ha voluto affrontare durante quel pontificato che ha segnato la storia della Chiesa. E’ sorprendente, davvero, come quegli anni abbiano segnato profondamente la Chiesa.

Wojtyla sacerdote. Partiamo da qui. Karol, o Loleck (come veniva chiamato dai suoi conterranei)   e i suoi primi passi da sacerdote. In fondo, proprio quell’esperienza, è stata fondamentale per il suo cammino spirituale-umano: da questa, tutte le questioni che poi affronterà come Papa. Come non immaginare il giovane Karol, nelle famose escursioni nelle foreste, con i giovani parrocchiani, intento a contemplare il cielo tutto, nelle famose “notti di montagna” (queste saranno poi una sorta di leitmotiv della sua opera drammaturgica “La bottega dell’orefice”)? La Scienza, lo sappiamo bene, nasce dall’osservazione. E se parliamo di osservazione, non possiamo che parlare del contatto tra Uomo e Natura. Quest’ultima, visto l’approfondimento che stiamo svolgendo da qualche puntata,  fa riferimento al Cosmo. E Wojtyla, fin dalla giovane età, è stato sempre alla ricerca del contatto profondo con questa Natura, sempre alla ricerca profonda “delle cose”. Così è stato per l’Astronomia.

Dobbiamo proprio a Giovanni Paolo II un’importante riconciliazione tra il mondo astronomico e quello della Fede, o meglio, della Chiesa. Era il 22 giugno 1633, quando il Sant' Uffizio, retto – a quel tempo – dal cardinale Roberto Bellarmino, condannava "al silenzio" lo scienziato pisano Galileo Galilei, padre dell'astronomia e della fisica moderne, accusato di aver sposato quelle tesi copernicane che, in contrapposizione alle autorità ecclesiastiche di allora, sostenevano che è la Terra, insieme agli altri pianeti, a girare intorno al sole, e non viceversa. Dopo ben 630 anni, ecco da parte della Santa Sede la riabilitazione del famoso scienziato. Era stato, in fondo, uno dei primi impegni che Papa Giovanni Paolo II aveva preso: “A ulteriore presa di posizione del Concilio – aveva spiegato papa Wojtyla presentando una commissione di studio a riguardo, il 10 novembre 1979 – io auspico che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, approfondiscano l' esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano, rimuovano le diffidenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo. A questo compito, che potrà onorare la verità della fede e della scienza, e dischiudere la porta a future collaborazioni, io assicuro tutto il mio appoggio".  Primo importante passo per “risolvere” quello che nel 1992 avrebbe avuto finalmente il suo compimento: la riabilitazione dell’illustre scienziato.

Uno dei documenti più affascinanti in merito al rapporto Scienza e Fede, rimane la lettera di Giovanni Paolo II al direttore della Specola Vaticana, il Gesuita George Coyne, scritta in occasione della settimana di studio dal titolo “La nostra conoscenza di Dio e della natura: fisica, filosofia e teologia” (1988). Il Papa, in questo documento, sottolineava l’importanza che la Chiesa e le istituzioni accademiche avevano avuto per lo sviluppo del sapere. Il loro rapporto nel corso dei secoli ha avuto anche dei momenti di tensione, ma questo non diminuisce la positività di una collaborazione orientata alla conoscenza. Questo, in sintesi, il documento al padre gesuita Coyone.

Interessante leggere alcuni passaggi:

“Passando a considerare il rapporto tra religione e scienza, c’è stato un movimento ben definito, anche se fragile e provvisorio, verso un nuovo e più variato interscambio. Abbiamo comincia-to a parlarci l’un l’altro a livelli più profondi che in passato, e con maggiore apertura verso i punti di vista reciproci. Abbiamo cominciato a cercare insieme una comprensione più profonda delle rispettive discipline, con le loro competenze e con i loro limiti, e soprattutto abbiamo cercato aree su cui poggiare basi comuni. Nel far questo abbiamo scoperto importanti domande che ci riguardano ambedue, e che sono di importanza vita-le per la più ampia comunità umana della quale siamo al servizio. È d’importanza cruciale che questa ricerca comune, basata su una apertura ed un interscambio critici, debba non solo continuare ma anche crescere ed approfondirsi in qualità e in ampiezza di obiettivi”.

Ma, forse, il passaggio più significativo, lo troviamo espresso nell’analisi così affascinante che Wojtyla fa sulla molteplicità dei linguaggi della scienza (in relazione al “linguaggio della Fede”) con uno ancora più profondo: quello dell’Amore. Sono parole che fanno riflettere, sia per la loro bellezza poetica (non è possibile non sottolinearla!), sia per la loro forza antropologica e, al contempo, scientifica. Di documenti, ufficiali o meno ufficiali, ce ne sono davvero tanti. Ma le parole che Wojtyla usa in questa lettera, in questo particolare passaggio, hanno uno spessore “umano” che forse potrebbe mancare in altri documenti. Trovarsi davanti a questa riflessione è proprio come trovarsi immersi nella profondità del Cosmo. Nel passaggio che qui proponiamo sembra davvero emergere una riflessione che va ben oltre al tema “Scienza e Fede”. Tocca l’Uomo. Tocca il “Cosmo umano”:

“Ma perché l’apertura critica e lo scambio reciproco sono un valore per entrambi? L’unità ha alla sua origine la spinta della mente umana verso la comprensione e il desiderio di amore dello spirito dell’uomo. Quando gli esseri umani cercano di capire le molteplici realtà che li circondano, quando cercano di trovare il senso dell’esperienza, essi lo fanno raccogliendo diversi fattori in una visione comune. La comprensione si realizza quando molti dati vengo-no unificati in una struttura comune. L’uno illumina i molti e dà significato al tutto. La molteplicità pura e semplice è caos; un’intuizione, un singolo modello possono dare una struttura a questo caos e renderlo intelligibile. Ci muoviamo verso l’unità ogni volta che cerchiamo il significato della nostra vita. L’unità è anche conseguenza dell’amore. L’amore genuino non va verso l’assimilazione dell’altro ma verso l’unione con l’altro. La comunità umana ha inizio nel desiderio quando questa unione non è stata realizzata, e si compie nella gioia quando quelli che prima erano separati ora si ritrovano uniti”.


Antonio Tarallo

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