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I poveri, cuore del Vangelo e sfida della chiesa

Bisogna vivere un incontro vero con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita

di Edoardo Scognamiglio
I poveri, cuore del Vangelo e sfida della chiesa
Credit Foto - Pixabay

Papa Francesco ha voluto fortemente che i poveri ritornassero al centro della Chiesa, della predicazione del Vangelo, della missione di ogni comunità cristiana. Così, il prossimo 19 novembre, 33ª Domenica del Tempo ordinario, si celebra la prima Giornata Mondiale dei Poveri. Per l’occasione, il Santo Padre offrirà a 550 poveri, nell’Aula Paolo VI, un pranzo, dopo aver celebrato l’Eucaristia. Il Messaggio per questa Giornata s’ispira al testo biblico di 1Gv 3,18: «Non amiamo a parole, ma con i fatti». L’amore non ammette alibi: chi intende amare come Gesù ha amato, deve fare proprio il suo esempio; soprattutto quando si è chiamati ad amare i poveri che sono la carne di Cristo, il corpo nudo di nostro Signore. I poveri, tuttavia afferma papa Francesco nel Messaggio,non sono solo «destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà per mettere in pace la coscienza». Queste esperienze, ha dichiarato il Santo Padre, «pur valide e utili a sensibilizzare alle necessità di tanti fratelli e alle ingiustizie che spesso ne sono causa», dovrebbero introdurre a «un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita. Infatti, la preghiera, il cammino del discepolato e la conversione trovano nella carità che si fa condivisione la verifica della loro autenticità evangelica. E da questo modo di vivere derivano gioia e serenità d’animo, perché si tocca con mano la carne di Cristo. Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia».

Un modello da imitare, tra tanti testimoni della fede, è Francesco d’Assisi che, ispirato dallo Spirito Santo, non «si accontentò di abbracciare e dare l’elemosina ai lebbrosi, ma decise di andare a Gubbio per stare insieme con loro». San Francesco vide in questo incontro la svolta della sua conversione.

In altre occasioni, papa Francesco ha parlato dello “spirito di povertà” come seconda testimonianza che deve toccare i religiosi e gli stessi sacerdoti. Lo spirito di povertà non è spirito di miseria: si tratta di avere il cuore attaccato al Vangelo e non ai beni di questo mondo. Lo “spirito di povertà” è in contrasto con lo spirito di mondanità. Il pericolo della mondanità è forte nella Chiesa. La mondanità va contro la testimonianza, mentre lo spirito di preghiera è una testimonianza che si vede. La povertà in spirito consiste nel vivere il Vangelo, nel far vedere Gesù Cristo nella propria vita. Si tratta di percepire Dio come bisogno assoluto, come primo desiderio del nostro essere e del nostro agire. Siamo poveri nella misura in cui dipendiamo da Cristo e non dai beni della terra. I poveri sono i curvati in Dio, coloro che si rimettono con piena fiducia nelle mani di Dio, ossia in quella presenza dinamica e benedicente del Signore che è buono e misericordioso e che mai si dimentica dei suoi figli. Vivere la povertà non è facile: può essere contraddetta in ogni momento dal nostro stile di vita, ma altresì esaltata, testimoniata, vissuta liberamente. Tuttavia, dobbiamo ricordarci che lo scopo della povertà è l’agapè: è un mezzo per amarci gli uni gli altri e non il fine della nostra vita. La povertà va sempre verificata sulla prassi dell’amore quotidiano per i fratelli, per il prossimo, per i poveri. La povertà, allora, si fa condivisione per la comunione e si esprime nel lavorare in fraternità con le proprie mani (cf. Ef 4,28) e si concretizza nell’aiutare i poveri con il frutto del nostro lavoro. I poveri che passano e bussano ai nostri conventi o alle porte delle nostre case rappresentano Cristo, così come l’ospite che chiede accoglienza, porta in sé la presenza del Signore.


Edoardo Scognamiglio
Teologo

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