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Warda: fermare il cancro dell’Isis con intervento militare

Arcivescovo di Erbil ospite di Aiuto alla Chiesa che Soffre: ci sono combattenti che vengono da paesi europei, l’Europa non può essere indifferente

di Iacopo Scaramuzzi
Warda: fermare il cancro dell’Isis con intervento militare
Credit Foto - Ansa

È necessario estirpare il «cancro» rappresentato dall’autoproclamato Stato Islamico con un «intervento militare», secondo monsignor Bashar Warda, arcivescovo caldeo di Erbil, nel Kurdistan iracheno, secondo il quale è opportuno, da parte della comunità internazionale, «aumentare il sostegno militare e la pressione politica» per contrastare l’Isis.

Tre, secondo il Presule intervenuto a una conferenza stampa a Roma organizzata dalla Fondazione di Diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs), i passaggi da compiere: «È necessario che venga presa un’azione militare per fermare l’Isis. È un cancro, va fermato come questa malattia». In secondo luogo, serve una «riconciliazione politica per fermare tutte le dispute e ricostruire la fiducia» tra iracheni. Infine, bisogna «continuare l’aiuto umanitario per affrontare il crescente numero di rifugiati che arrivano in Kurdistan». Si tratta, secondo Warda, di un «pacchetto» di iniziative che vanno prese congiuntamente, «non si può prendere una iniziativa senza le altre». «So che può sembrare strano che un vescovo metta al primo punto l’intervento militare – ha precisato Warda – ma a volte sono necessarie misure infelici (unfortunate, ndt) come in questo caso, perché siamo di fronte a un cancro, non c’è possibilità di dialogo con queste persone». Il cosiddetto Califfato, secondo l’arcivescovo di Erbil, «è una minaccia non solo per i cristiani della regione, ma anche per i sunniti, gli yazidi, e per tutto il mondo». Richiesto di una precisazione in merito all’intervento militare, il Presule è sembrato escludere soluzioni come l’impiego di truppe di terra, «che avrebbero un alto prezzo», sottolineando però che «tutti sono responsabili: con l’Isis combattono persone che provengono da paesi europei, Regno Unito, Francia e altri, e l’Europa pertanto non può dire: è un vostro problema. Devono portarli indietro. Non possono ignorare la responsabilità che hanno. È necessario aumentare il sostegno economico e la pressione politica». Se in passato, secondo il Presule, in Occidente non c’era piena consapevolezza del problema dei cristiani mediorientali perseguitati, dopo gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi «c’è maggiore consapevolezza che l’Isis è un problema non solo per il Medio Oriente».

Warda, che ha sottolineato come il territorio tra Kurdistan e zona dell’Isis ha un confine di 160 chilometri ed è stato pertanto impossibile ai peshmerga difendere tutta la popolazione cristiana fuggita dagli jihadisti, ha elogiato la collaborazione con il governo del Kurdistan, in particolare nella città di Ankawa, dove, grazie anche all’aiuto di Acs e di altri contributi umanitari, è stato possibile sistemare molte famiglie in alloggi stabili, costruire scuole e centri sportivi.

A chi domandava se l’Isis goda di sostegni militari e politici internazionali, Warda ha risposto che «i politici dicono di sì, bisognerebbe chiedere a loro chi è che sostiene» l’autoproclamato Stato Islamico, ma c’è anche un «sostegno» in parte della comunità locale ed è comunque necessario «fare pressione contro il finanziamento, l’aiuto militare o chi fa affari» con l’Isis.

Warda ha ricordato che i cristiani iracheni, che erano un miliardo e trecentomila nel 2013, sono ora 400mila. 7mila cristiani sono fuggiti in Giordania, Libano e Turchia, 30mila a Erbil.

Quanto all’ipotesi di una visita del Papa in Iraq, l’Arcivescovo, che questa volta non incontrerà Francesco, ha riferito che nel suo incontro con il Pontefice di novembre scorso Bergoglio gli ha assicurato: «Voglio venire». «Lo aspettiamo tutti, sarebbe accolto con grande gioia, ma ovviamente capiamo che bisogna aspettare perché per una visita del genere è necessaria molta preparazione».

Sin dall’inizio dell’avanzata dello Stato Islamico, informa Aiuto alla Chiesa che Soffre, l’organizzazione «ha sostenuto le comunità cristiane in Iraq per un totale di 7 milioni di euro. Nella diocesi di Warda, dove hanno trovato rifugio i 120mila cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive, la Fondazione pontificia ha finanziato un piano di aiuti di 4 milioni di euro. Tra gli interventi più significativi, la donazione di otto scuole prefabbricate e centocinquanta strutture prefabbricate che hanno donato un alloggio dignitoso a più di 200 famiglie».

Alla conferenza stampa, presso la sala stampa estera di Roma, hanno preso la parola, oltre a Warda, il direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia, Alessandro Monteduro, il consigliere della Associazione stampa estera, Paddy Agnew, la portavoce di Acs Italia, Marta Petrosillo, e il presidente di Acs Italia Alfredo Mantovano. «L’informazione su quello che accade in zone dove i cristiani sono perseguitati è molto importante, perché si ha talora l’impressione che l’interesse dell’opinione pubblica sia intermittente per vicende che invece hanno una drammatica continuità», ha detto l’ex-viceministro dell’Interno, che ha sottolineato come l’aiuto di Acs ai cristiani iracheni rappresenta il 60% dell’aiuto complessivo, in buona compagnia con Asianews che fornisce il 12% e la Cei il 10%. (Vatican Insider)


Iacopo Scaramuzzi

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