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Morricone: Mission e papa Francesco, le due cose per cui ho pianto nella vita

Vorrei scoprire perché papa Francesco non ama la musica. Che abbia fatto un fioretto?

Morricone: Mission e papa Francesco, le due cose per cui ho pianto nella vita
Credit Foto - ANSA - Daniel Dal Zennaro

Maestro Ennio Morricone, quest’anno lei compie novant’anni. Di soddisfazioni nella vita ne ha avute tante. Manca qualcosa all’appello?

«Professionalmente no. Ma un tarlo l’avrei…».



Quale?

«Scoprire perché papa Francesco non ama la musica. Che abbia fatto un fioretto?».




Perché dice questo?

«Un giorno il produttore Fernando Ghia mi trascinò a Londra per assistere, insieme al regista Roland Joffé, alla proiezione di un film senza musiche. Era una storia ambientata nel Seicento, nell’attuale Paraguay; raccontava di gesuiti che convertivano gli indios cercando di strapparli alla schiavitù. Alla fine venivano tutti massacrati».




È la trama di «Mission»…

«Esatto. All’ultima scena piangevo come un bambino. Lasciatelo così, dissi, la musica non serve. Alla fine accettai l’incarico. Un lavoro difficilissimo. Jeremy Irons, padre Gabriel, suonava l’oboe, quindi dovevo scrivere un brano per quello strumento. Che musica sacra si suonava in quel periodo? Studiai Claudio Monteverdi e Pierluigi da Palestrina. Infine, la domanda senza risposta: e il canto degli indios? Mi venne un’intuizione: tatta tatatatta tatatatta tatatatta, tatatta titti… Montammo la musica e riproiettammo il film. Ghia era entusiasta, Joffé e il produttore americano soddisfatti, il produttore inglese deluso».



Grande intuito, l’inglese…

«Venni a sapere che lui voleva un altro compositore. Ero solo il rincalzo perché l’altro era in giro per concerti. “Maria (chiede il maestro alla moglie che sta trafficando in cucina), ricordi chi doveva essere il compositore di Mission?”. “Bernstein”».




Non proprio l’ultimo arrivato.

«Sì, però se l’avessi saputo non avrei accettato. Ma mi lasci tornare al Papa. Anni dopo, una mattina, mentre andavo a prendere i giornali in Piazza del Gesù, mi avvicinò un gesuita e mi chiese di scrivere una Messa per i duecento anni dalla ricostituzione della Compagnia dopo la soppressione del 1773. Perché no? Poco prima dell’esecuzione, il Papa venne in visita alla chiesa e me lo fecero incontrare. Soli con lui, io e Maria scoppiammo a piangere; Francesco ci guardava in silenzio. Dopo qualche minuto riuscii a parlare, gli raccontai di “Mission”, della Messa e gli chiesi di venirla ad ascoltare. Lui ci regalò due rosari. Ma non venne. Dal Vaticano dissero che doveva ricevere Putin. E che problema c’era? Aspettavamo. Magari portava anche Putin. La verità è che Francesco non ha mai assistito a un concerto. Vada a verificare, vedrà se non è vero. Non pensi comunque che io sia un piagnone: ho pianto solo quelle due volte lì, per “Mission” e incontrando il Papa».



L’uomo che ha pattato una partita a scacchi con Boris Spasskij deve essere dotato di sangue freddo... Più facile riconoscere questa emotività a sua moglie. A proposito, posso chiederle di partecipare all’intervista?

«La partita con Spasskij fu il punto più alto della mia carriera scacchistica. Boris però mi confessò di non aver “spinto troppo”. Quanto a mia moglie, per me va benissimo, ma lei non ne vuole sapere».



Come vi siete conosciuti?

«Era amica di mia sorella. Un giorno ebbe un gravissimo incidente. La ingessarono dalla testa al torace. Andavo a trovarla tutti i giorni e mi innamorai di lei dentro a quello scafandro. Decisi che l’avrei sposata anche se avesse riportato gravi danni, come i medici temevano. Per fortuna è tornata come prima. Al conservatorio, prima di composizione, avevo studiato la tromba, come mio padre. Però me ne vergognavo e allora comprai una valigetta, perché se avessi usato la custodia si sarebbe capito qual era il mio strumento. Volevo mi vedesse come un grande compositore, non come un “trombista”. Quando mi diplomai in composizione, disse: “Ti regalo tanti etti di zuppa inglese quanti punti prendi”. Presi nove e mezzo e ci rimasi male. Lei però mi promosse con dieci: un chilo tondo tondo di zuppa inglese!»




Com’era la Roma in guerra?

«Suonavo nelle orchestrine, prima al Florida per i tedeschi, poi al Massimo d’Azeglio e al Mediterraneo per gli alleati. Gli americani non pagavano, ci davano cibo e sigarette. Vivevo per la musica e quasi non mi accorgevo di ciò che accadeva intorno. Poi ho sempre avuto paura di non riuscire a mantenermi e accettavo qualsiasi lavoretto. Per la mia insicurezza sfumò il posto da insegnante al Conservatorio».



Per la sua insicurezza?

«Il mio maestro, Goffredo Petrassi, riteneva fossi molto dotato. All’esame finale litigò con il direttore del Conservatorio perché si concentrò su un dettaglio e tolse mezzo punto al dieci con lode che riteneva mi spettasse. Dopo la prova accompagnai Petrassi a casa, in via Germanico 182. Eravamo commossi. Mi disse: non prenderti impegni per due anni, così ho il tempo di trovarti un incarico in Conservatorio. Non accadde. Seppe che arrangiavo canzonette per la radio e le riviste. Un contrabbassista amico di mio padre fece il mio nome ad alcuni direttori d’orchestra. Mi davano una melodia con le armonie messe male, io facevo pulizia».



È l’epoca di «Se telefonando» e di Mina?

«Quello avvenne dopo, quando mi chiamò la Rca. Mi affidarono diversi cantanti: Miranda Martino, Gino Paoli, Edoardo Vianello. Paoli canta meglio adesso che ha ottant’anni, l’orecchio se l’è fatto con il tempo. Vianello invece era bravissimo. “Se telefonando” mi venne chiesta da Diego De Chiara e Maurizio Costanzo come sigla di una trasmissione. Fu un successone. Mina me ne commissionò un’altra. Poi scomparve: aveva un fidanzato musicista e divenne impossibile avvicinarla».



Come approdò al cinema?

«Avevo lavorato con Salce per il teatro e nel 1961 mi chiese di comporre le musiche per “Il federale”. La mia carriera è sempre stata molto disordinata: facevo arrangiamenti, suonavo la tromba al Sistina, poi passavo alle orchestrazioni per il teatro, poi i dischi, la radio, la tv. Sa, per quel mio timore di morire di fame…».



Immagino sia stato l’incontro con Sergio Leone a sedare la sua paura di restare senza lavoro. Sbaglio?

«Con lui ho fatto “Per un pugno di dollari” e tutti i western. Era malfidente con tutti. Mai contento. Abitavamo vicini, veniva a trovarmi e io andavo da lui. Ma quando iniziavano le registrazioni era un tormento. “Non si sente bene il trombone”, e allora facevo suonare più forte il trombone. “Ora non si sente l’orchestra: fai tirare fuori i testicoli a quest’orchestra!”. Dopo un po’ perdevo la pazienza e lo davo in pasto ai musicisti. Voleva sempre i muscoli. La scena dei due treni che si scontrano l’ha fatta rifare per un mese. Il rumorista, sull’orlo di una crisi di nervi, sovrappose sei sottofondi e venne fuori un suono orribile. “Perfetto” disse Sergio soddisfatto: “Ci voleva tanto?”».



L’invenzione del fischio fece epoca, vinse il Nastro d’argento e quell’anno fu campione d’incassi. Fu allora che Hollywood si accorse di lei?

«Il fischio fu un regalo per Sergio. Quando lo sentì gli brillarono gli occhi. Solo che poi dovevo metterlo in tutti i film. Al terzo mi rifiutai: “Ebbasta fischià!”. Ma dovetti inventarne un’altra: aahaaha uauauo aahaaha uauauo, il coyote, realizzato con due voci strozzate messe insieme. Felice come una Pasqua, voleva però anche il fischio. Sa una cosa? Quella è la peggior musica che ho scritto. Un anno dopo, “Per un pugno di dollari” era ancora nelle sale e con Sergio andammo a vederlo al Cinema Quirinale. Uscendo, ci guardammo e, nello stesso istante, esclamammo: “Che brutto film!”».



Così vi dedicaste a qualcosa di più impegnato, come «C’era una volta in America».

«“C’era una volta in America” l’ho scritto a Los Angeles mentre aspettavo Zeffirelli, per il quale dovevo realizzare una colonna sonora che poi rifiutai di fare perché mi giocò un brutto scherzo. Con Franco tornai per l’“Amleto”. Dopo di che non accettai più lavori da lui. Non c’era intesa. Con Pasolini si creò invece un buon rapporto. Era un uomo discreto, gentile, delicato. Non ho mai colto un sorriso sul suo volto. S’illuminava solo se lo raggiungevano Ninetto Davoli e Sergio Citti. Quando lo uccisero, gli dedicai l’ultimo brano composto per “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Lo titolai: “Addio a Pier Paolo Pasolini”. Comunque ho quasi sempre lavorato con registi impegnati».



Qual è il migliore?

«Secondo i miei parametri Giuseppe Tornatore. Un altro grande è stato Elio Petri. Quando realizzai le musiche per “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, non volle che andassi al mixaggio e mi mostrò il film già montato. Si spensero le luci, Elio era seduto alla mia sinistra. La musica era mia, ma di un altro lavoro. “Elio, sei matto, hai cambiato la musica”. “Sì, non senti com’è bella”. “Ma non c’entra nulla, è una stronzata!”. “Non senti che cori magnifici, Ennio, è la sua”. “Levala, ti prego levala”. Così per mezz’ora. Alla fine capitolai: “Sai che ti dico? Vai a sbattere”. A quel punto si rispensero le luci e ripartì il film con le musiche giuste. Era stato uno scherzo atroce».



I suoi genitori hanno fatto in tempo a godere dei suoi successi?

«Mio padre pensava che se lui era riuscito a mantenere la famiglia con la tromba avrei potuto farlo anch’io. Mia madre è morta dicendomi: “Mi raccomando, Ennio, scrivi delle belle canzoni orecchiabili”».  (Pier Luigi Vercesi - Corriere)



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