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Mons. Lorefice: il Vangelo viaggia su quelle barche

«Se chiudiamo i porti siamo dei disperati. Disperiamo della nostra umanità, disperiamo della nostra voglia di vivere, del nostro desiderio di comunione

Mons. Lorefice: il Vangelo viaggia su quelle barche
Credit Foto - Ansa - MIKE PALAZZOTTO

C'è un’immagine tipica della festa di Santa Rosalia che mi pare illuminante. È l’immagine della nave, del vascello che portiamo per le nostre strade e che ci ricorda la salvezza dal flagello della peste grazie ad un volto, apparso ad una donna semplice, in un momento terribile della vita della nostra Città. Il vascello è uno solo, ma ha tre forme.

La prima nave a cui penso, la prima forma del vascello è quella della nostra Città. Il mare è perennemente agitato, e ci sentiamo come i discepoli sulla barca sorpresa dal turbine durante la traversata verso l’altra riva, mentre Gesù se ne sta tranquillamente in un cantuccio, a dormire (cfr. Mc 4, 35-41). È proprio così. Abbiamo paura. Siamo angosciati. E Dio dorme, Dio sembra assente, lontano. E anche se lo sfidiamo, come fece Pietro sulla barca agitata dalle onde, vedendo Gesù camminare sull’acqua, poi ci sentiamo affondare in mezzo ai marosi, e la paura prevale. Il Vangelo non nega la paura. Non è un libro per superuomini.

È vero, siamo impauriti qui, in questa nostra patria meravigliosa, perché il lavoro manca, drammaticamente e, a volte, tragicamente; perché i nostri giovani perdono la speranza e si sentono costretti a partire, privandoci della loro presenza, della loro giovinezza forte e creativa; perché nelle nostre periferie cresce il disagio, aumentano i poveri. Il giogo della mafia e di tutte le mafie stringe il nostro territorio, penetra nelle nostre case, inquina la vita sociale, si incunea nella politica, persino in alcuni ambienti ecclesiali, con una tracotanza che ci lascia attoniti. Guardiamo in faccia la paura, poiché il vero grande pericolo non è la paura, ma è la rabbia, è la rassegnazione, è l’evasione. È il 25esimo anniversario della morte di don Pino Puglisi. Don Pino diceva che «è tempo di rimboccarsi le maniche», di passare «dalle parole ai fatti», di fare una proposta diversa rispetto alla «cultura dell’illegalità» promossa dai mafiosi, di adottare un nuovo «stile di vita».

E Libero Grassi, morto come lui per mano della mafia, da testimone umile e forte della verità, ricordava che non è la quantità del consenso elettorale che fa la democrazia: non si è uomini della polis, uomini "politici" forti solo se si prendono tanti voti alle elezioni. Ciò che conta – diceva Grassi – è la qualità del consenso: ovvero la sua libertà, la sua convinzione, il suo essere frutto di una scelta e di un pensiero. Per questo sono morti i martiri palermitani della mafia, per questo è morto Piersanti Mattarella, che vorrei ricordare con affetto e gratitudine. Mi rivolgo anzitutto alle giovani e ai giovani: ad aiutarvi nella verità non è il politico che vi promette favori, il prete che vi raccomanda, il potente che vi chiede in contraccambio il sacrificio della vostra libertà, non è chi vi dice che risolverà in modo semplicistico e sommario i vostri problemi!

Ad aiutarvi è chiunque vi ricordi la bellezza di essere giovani, chiunque abbia rispetto e fiducia in voi, chiunque sia disposto a fare un passo indietro per cedervi strada, chiunque rinnovi in voi la forza dello stare assieme, la speranza di trovare vie nuove, la gioia di vivere passioni non tristi ma vibranti perché fatte di partecipazione e di dono. A darvi una mano sono coloro che vi dicono che un mondo diverso è possibile e che la forbice tra chi ha e chi non ha può essere annullata da un pensiero di autentica condivisione.

La seconda nave. Sì, assieme, in porto. È una parola questa che vale anche per il vascello della nostra Italia. La paura e la povertà, se non ascoltate, se non interpretate e raccolte, creano diffidenza, isolamento, disillusione, frattura. Questo dovrebbe essere il compito della politica, della scuola, delle nostre parrocchie: rompere l’isolamento, ascoltare il grido, raccontare il dolore, la fatica di vivere, e darle senso. Oggi a questo compito spesso veniamo meno: viene meno la politica, che usa il disagio e non se ne fa carico; viene meno la Chiesa, quando riduce la fede ad una devozione individuale, che non investe tutta la vita e non si fa fonte di autentica comunità. Un’illusione pericolosa si sta diffondendo: che la chiusura, lo stare serrati, la contrapposizione all’altro siano una soluzione, siano la soluzione.

Ma una civiltà che si fondi sul "mors tua, vita mea", una civiltà in cui sia normale che qualcuno viva perché un altro muore, è una civiltà che si avvia alla fine. È questo che vogliamo? Il patrono della nostra Italia, Francesco d’Assisi, a cui vogliamo guardare dal nostro vascello, propugnava e difendeva la fraternitas. Per Francesco, nel Cristo fratello, diventano fratelli sia il lebbroso esiliato fuori dalla città, sia il vicino di casa, il prossimo più prossimo. Fratelli diversi, ma fratelli. Ripartiamo da qui, dalla parola e dall’esempio del Patrono d’Italia Francesco d’Assisi. Non per nulla l’attuale vescovo di Roma, il Santo Padre Francesco, ha scelto questo nome come programma del suo pontificato.

La terza nave. È il messaggio che dobbiamo portare anche sulla nave dell’Europa, la nave che tutti ci comprende in virtù di una geniale intuizione dei nostri padri. La logica del "prima noi" mostra in questa Europa tutta la sua fallacia. Rischiamo fratture insanabili proprio perché ogni paese europeo comincia a ritenere che il suo benessere venga prima, senza capire che se la casa comune si distrugge tutti resteremo all’addiaccio, privi di un tetto. È la miopia dell’egoismo politico, propugnato da governanti e da politici europei che spesso si vantano – soprattutto nell’Est – di costruire regimi privi delle garanzie e fuori dai confini minimi della democrazia.

Di fronte a tutto questo la Chiesa non può restare in silenzio, io non posso restare in silenzio. Perché la Chiesa non ha alternative. Essa è stata collocata dal suo Signore accanto ai poveri e ai derelitti della storia, e tutte le volte che è uscita – e quante volte è successo – da quel posto per mettersi accanto ai forti, ai ricchi, ai potenti, ha perso il senso stesso del suo essere. Da giovane padre costituente, uno dei sognatori dell’Europa e del mondo uniti, Giorgio La Pira faceva delle «attese della povera gente» il suo faro e la sua guida, contro ogni esaltazione del mercato senza regole, dell’individualismo economico.

Oggi La Pira ci inviterebbe a guardare alle tante navi che dirigono la loro prua verso l’Europa come alle navi della speranza. La speranza della povera gente che cerca protezione e vita buona, ma soprattutto la nostra speranza. Perché se fermiamo le navi dei poveri, se chiudiamo i porti, siamo dei disperati. Disperiamo della nostra umanità, disperiamo della nostra voglia di vivere, del nostro desiderio di comunione. L’Europa è la civiltà della contaminazione. Geograficamente non esiste. Il Mediterraneo è la sua culla. Paolo VI, ormai santo, diceva che l’Eucaristia contiene la forma vitae dei popoli. La stessa cosa di cui era convinto Benedetto da Norcia, patrono d’Europa: «Benedetto da Norcia – dichiara Benedetto XVI – con la sua vita e le sue opere ha esercitato un impulso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea».

Il Vangelo rivela il suo Dna se diventa forma vitae, se diventa una carta dei diritti che garantisce la difesa degli ultimi. Non è questione di accoglienza, non si tratta di essere buoni, ma di essere giusti. Non di fare opere buone, ma di rispettare e, se necessario, ripensare il diritto dei popoli. È in nome del Vangelo che ogni uomo e ogni donna hanno diritto alla vita e alla felicità, perché «non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero in Cristo Gesù» (Gal 3,28), perché il nostro Signore, morendo sulla croce, ha abbattuto – dice ancora Paolo – ogni muro di separazione tra gli uomini. È questa la forma di vita in cui il Vangelo deve incarnarsi per non perdere la sua concretezza storica.

È questa la "forma" del Vangelo che deve diventare sostanza viva, e che proprio in Italia lo è diventata, settant’anni fa, nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Quel che i padri avevano intuito, oggi deve diventare il nostro manifesto, la nostra carta fondativa di cittadini e di cristiani. Giuseppe Dossetti, il 21 novembre 1946, propose all’Assemblea Costituente di scrivere così nella Costituzione della Repubblica: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino».

Riprendendo la sua ispirazione, leviamo la nostra voce perché si scriva finalmente l’articolo 3 della Costituzione Europea, l’articolo del diritto di ogni uomo ad essere uguale, ad essere membro della città degli uomini, ad essere libero di vivere e di stare nel mondo, con dignità e fierezza. Scriviamolo questo articolo noi, sin d’ora, nelle nostre vite e nei nostri atti quotidiani, e chiediamo che al posto della miopia dei piccoli diritti esclusivi, riservati a pochi, che preparano un futuro di dolore e di guerra, si scriva il grande diritto della pace e del bene per tutti, l’unico diritto che ha la forma del Vangelo.

Il tema che si è voluto dare al Festino di quest’anno "Palermo bambina" ci indirizza perché possiamo guardare la città degli uomini a partire dai più piccoli, cioè dai bambini. Ed è questa la scommessa di una nuova civiltà: una civiltà dove nessun bambino venga educato a vedere nel diverso un nemico, una civiltà dove i governanti abbiano la passione per gli ultimi e per il rispetto della vita, di ogni vita, una civiltà dove ogni uomo impari, al termine della sua giornata, della sua esistenza, ad ascoltare la voce che viene da lontano, la voce del cuore, che grida: Adam, tu, uomo, dimmi dov’è tuo fratello. (Avvenire - monsignor Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo)

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