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L’Onu: la fame continua a mordere: 821 milioni «condannati» a morte

L’Onu: la fame continua a mordere: 821 milioni «condannati» a morte
Credit Foto - vita.it

Le crepe al suolo che si allungano disegnando ragnatele spettrali, di fronte allo sguardo spento di chi ha poco o nulla da far bollire sul fuoco. In ogni continente, la piaga umana più antica, la fame, trova sempre più un nuovo infausto sodale: il clima imprevedibile capace di annientare gli sforzi di chi alleva bestiame o coltiva semplicemente per sopravvivere.


A denunciare l’emergenza planetaria è l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulla malnutrizione, pubblicato ieri congiuntamente dalla Fao e da un quartetto di altri organismi internazionali (Ifad, Wfp, Unicef e Oms). Sull’orlo del baratro, si affacciano schiere di malnutriti ancora più lunghe che in passato, dato che in Africa e America Latina la fame torna ad allargare le fauci, mentre in Asia i progressi annuali visti finora tendono a rallentare. Secondo la stima complessiva del rapporto, un essere umano su nove non trova ancora di che sostentarsi degnamente: nel 2017, circa 821 milioni di malnutriti, fra cui 151 milioni di bambini con ritardi di crescita, ovvero un quinto dell’infanzia mondiale sotto i 5 anni.


Se quest’ultimo dato è leggermente più contenuto rispetto a quello corrispondente del 2012 (ovvero, 165 milioni), il dato complessivo ha segnato nel triennio 2014-2017 una brusca inversione di tendenza rispetto ai progressi significativi compiuti nel decennio precedente. Nel 2016, gli affamati erano 804 milioni diciasette milioni in meno del 2017), contro 784 milioni nel 2014. In un solo triennio, è stata nuovamente risucchiata una popolazione paragonabile a quella del Canada.


Le oscillazioni più violente hanno riguardato ancora una volta l’Africa subsahariana: dal 24,3% di popolazione affamata nel 2005, si era passati al 20,7% nel 2014, con la speranza dunque di scendere sotto la soglia fatidica di un denutrito su 5. Ma nel 2017, la stima della Fao ha registrato un ritorno al 23,2% della popolazione. Nell’insieme del continente, fra il 2014 e il 2017, si è passati invece dal 18,3% al 20,4%. Per l’Ong Oxfam, il mondo ha fatto un balzo «indietro di dieci anni».


L’obiettivo dell’Onu di sradicare definitivamente la malnutrizione entro il 2030 rischia di trasformarsi in un miraggio nel paesaggio delle promesse non mantenute dalla comunità internazionale. Più che mai, sostengono i dirigenti della agenzie Onu coinvolte, «è imperativo accelerare ed aumentare gli interventi per rafforzare la capacità di recupero e adattamento dei sistemi alimentari e dei mezzi di sussistenza delle popolazioni, in risposta alla variabilità climatica e agli eventi meteorologici estremi». Secondo l’Onu, occorre affiancare le popolazioni per accrescerne la «resilienza», ovvero la capacità di fronteggiare le avversità, come la desertificazione di suoli agricoli e pascoli.


Fra le piaghe specifiche connesse a un’alimentazione non adeguata, sono in crescita preoccupante pure l’anemia delle donne in età fertile e l’obesità. Quest’ultima, tradizionalmente considerata come un «male del benessere», tende ormai in realtà a propagarsi in fretta pure nel Sud del mondo. Denutrizione e obesità coesistono negli stessi Paesi africani e talora persino nelle stesse famiglie. Fra i fattori che spiegano questo paradosso, figurano il costo superiore del cibo più nutriente e non eccessivamente calorico, ma anche certi adattamenti fisiologici alla privazione di cibo.


Più di 38 milioni di bambini nel mondo sotto i 5 anni sono sovrappeso, ovvero circa uno su 20. Sempre su scala planetaria, sono invece circa un terzo le donne in età fertile che soffrono d’anemia. Le carestie più drammatiche vissute l’anno scorso hanno spesso interessato Paesi in cui dei conflitti armati, delle persecuzioni o l’instabilità politica si sono sommati ad eventi climatici estremi. Nel Sud Sudan, ad esempio, la guerra e la siccità hanno schiacciato la popolazione in una morsa fatale. Nello Yemen la guerra ha creato una gigantesca emergenza umanitaria. E in America Latina, la grave crisi politica in Venezuela ha avuto anch’essa conseguenze drammatiche sul piano alimentare, così come la tragedia vissuta in Asia dalla minoranza musulmana Rohingya, perseguitata nel Myanmar.

Daniele Zappalà, Avvenire 



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