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Franco Cardini

I vizi di Francesco

Ho letto da qualche parte, non ricordo più dove (e non valeva la pena di ricordarlo) che Francesco d’Assisi “era privo di vizi”. Ci sarebbe mancata anche quella. Il fatto è che i cattolici, la preparazione dei quali in materia teologica è pietosa, di solito confondono il vizio (la propensione al peccato) con il peccato (l’atto, la parola, il pensiero o l’omissione che in qualche modo infrange ed offende la legge divina). In termini aristotelico-tomisti, si potrebbe dire che il vizio è in potenza quel che il peccato è in atto.

Il punto è che la legge divina prescrive alcune cose che sono insite nella natura umana, ne ne proibisce altre che di per sé sono anch’esse tali, per altre ancora che di per sé sono consentite – il cibo, le bevande, il fumo, il divertimento, il riposo, l’esercizio sessuale – impone regole e discrezione. Si pecca difatti, come insegna tomisticamente Dante, “per troppo di vigore”, “per poco di vigore”, “per malo obietto”. Sappiamo che tutti peccano, anche i santi: salvo Gesù e Maria, tutti gli esseri umani sono soggetti al peccato. Ma non al vizio: tutti siamo “viziosi”, anche Gesù. Non nel senso che si è abituati a cedere al vizio, ma nel senso che istintivamente ci troviamo a dover tener conto d’inclinazioni che sta a noi il liberamente combattere o contenere e limitare. E’ noto che Gesù amava i conviti e che per questo dubitava di poter essere addirittura accusato di essere un “crapulone”. Gesù, come uomo, era soggetto al peccato: e difatti venne tentato. Il fatto è che, a differenza di tutti gli uomini, non vi cedette mai.

Francesco invece vi sarà caduto più volte, specie da ragazzo e da giovane. Ma anche quando imparò a respingere il peccato, le sue inclinazioni viziose rimasero. E ne aveva tante. E la sua testimonianza di santo ha speciale merito per questo. Aveva senza dubbio un carattere superbo e vanaglorioso: sognava di diventare un cavaliere e un “gran principe”: e la sua stessa generosità, in sé una virtù, era strettamente connessa con il vizio dell’orgoglio, della vanagloria, della prodigalità. Sentiva molto forti, in lui, le esigenze e le tensioni di carattere sessuale: alle donne pensava spesso in gioventù, ne ha si può dire senza dubbio carnalmente conosciute alcune (all’inizio del suo cammino di santità aveva già passato al ventina d’anni), molti episodi che di lui si narrano – quello del desiderio sessuale che combatte rotolandosi nella neve e facendone dei pupazzi: un buon metodo per inibire al circolazione periferica; o quello della prostituta incontrata durante la crociata e da lui invitata a sdraiarsi su un letto di carboni ardenti, la predica muta alle “signore” di San Damiano, dove indice la penitenza e l’astensione dalla loro compagnia come rimedio alle tentazioni che ancora provava – insistono sulla fatica che egli faceva a controllare il suo desiderio sessuale. Si dirà che in fondo si tratta di questioni di pressione, di adrenalina, di ormoni: tutte cose che appartengono legittimamente alla natura umana: in questi casi, tuttavia, l’etica cristiana impone autocontrollo e autorepressione.

Così per il cibo e il vino. Invitato sovente a banchetto, Francesco accettava ma esercitava su se stesso un forte e costante controllo. Eppure il vizio della gola si faceva sentire, magari insinuandosi nel naturale bisogno di cibo dal quale non sempre esso è facilmente separabile. Sappiamo quindi dalle fonti che talvolta desiderava qualche cibo più raffinato, magari in quanto non si sentiva bene; sembra che gli eretici càtari, suoi avversari nella propaganda religiosa, lo rimproverassero spesso di ciò, e una volta egli si face infliggere una penitenza spettacolare perché aveva mangiato del pollo, mentre un’altra un miracolo mutò in pesce un pezzo di cappone che stava consumando.

Ma arrivato alla fine della vita, sapeva benissimo quanto gli fosse possibile controllare la propria natura. Al punto che proprio in punto di morte poté simbolicamente indulgere al “vizio della gola”, chiedendo a madonna Iacopa dei Settesoli di poter gustare ancora una volta i mostaccioli che essa usava preparargli. Un atto formalmente “vizioso” che si risolve in un mirabile inno di lode a Dio per le buone cose del creato che Egli ha voluto donarci. Laudatosi’, mi Signore…

Commenti dei lettori

16-03-2015 11:41:51
Francesca
E' bello anche conoscere l'umanità dei santi, perché essa ce li fa sentire ancor più fratelli sul cammino ed alleati contro le tentazioni, anch'essi non essendone stati immuni ed avendo imparato ad affrontarle e vincerle. I santi sono nostri fratelli maggiori e ci spronano a pensare che la santità non é un miraggio o un premio solo per alcuni, ma una chiamata ed una missione per ognuno. Grazie, Francesco, di tutto.

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