approfondimenti_francescani

Lo splendore di un'altra luce - Visto da lei

Milvia Bollati
Pubblicato il 30-11--0001



Sono gli ultimi anni della vita di Francesco, tra il 1224 e il 1225. Francesco è ancora in viaggio per le città dell'Umbria e delle Marche. Percorre quelle vie, ma non a piedi. Si sposta da un luogo all'altro a dorso d'asino, sofferente e ormai quasi cieco. Una malattia che aveva contratto probabilmente nel suo ultimo viaggio in Egitto e che si aggrava di giorno in giorno, costringendolo a cure inefficaci quanto dolorose che accetta solo per le insistenze del cardinale Ugolino e poi di frate Elia. Lo accompagnano i suoi frati. A loro si consegna umilmente in tutta la debolezza della sua malattia. A Fonte Colombo si sottomette con pazienza alla cauterizzazione alle tempie e poi a San Fabiano, vicino a Rieti, ad un altro intervento ancora più doloroso e altrettanto inutile che non fa che aggravarne le condizioni. Non possiamo non leggere con commozione quanto scrivono i suoi biografi. Scelgo alcune parole di Tommaso da Celano nel Memoriale: “Una notte, essendo sfinito più del solito per le gravi e diverse molestie delle sue malattie, cominciò nell'intimo del suo cuore ad avere compassione di se stesso”. Francesco è a San Damiano. Sente il desiderio di tornare da Chiara e dalle sue sorelle. Vi rimane per qualche tempo. Nel silenzio di quelle mura, sfi nito nel corpo per la malattia, inizia a scrivere il Cantico delle creature. Si era ritirato in una cella dove rimaneva tutto il giorno, non potendo più sopportare la luce del sole o il chiarore del fuoco nella notte. Ma non riesce a trovare alcun sollievo. Anzi, è continuamente tormentato da topi che di giorno e di notte gli impediscono il sonno e persino la preghiera. Nessuna immagine poteva essere più efficace di questa, immagine insieme reale e metaforica del male e delle tenebre. Proprio in questa ora nasce il Cantico. Ormai ciechi, gli occhi di Francesco continuano a vedere la bellezza delle cose create e si lasciano illuminare dalla Sua presenza. “Al di sopra di tutte le creature non dotate di ragione, Francesco amava particolarmente il sole e il fuoco. Diceva: Al mattino, quando sorge il sole, ogni uomo dovrebbe lodare Dio che ha creato il sole per nostra utilità, poiché è per suo mezzo che i nostri occhi sono illuminati durante il giorno; la sera, quando scende la notte, ogni uomo dovrebbe lodare Dio per fratello fuoco, a mezzo del quale i nostri occhi sono illuminati nella notte. Tutti siamo come dei ciechi, ed è mediante questi due nostri fratelli che il Signore dà la luce ai nostri occhi”. Si avverte in queste parole che lo Specchio di perfezione attribuisce a Francesco il fl uire stesso della vita nell'alternarsi del giorno e della notte, ma ancora di più la bellezza del disegno provvidente del Padre che ha creato il sole per ogni nostro giorno e il fuoco perché anche ogni nostra notte non rimanesse senza luce. Il Cantico allora diventa per Francesco il Cantico di frate sole. È un inno alla bellezza che canta, nel cuore di Francesco e nella notte, lo splendore senza fi ne di un'altra Luce. Laudato sie, mio Signore, con tutte le tue creature, specialmente messer lo frate Sole, lo quale è iorno, e allumini noi per lui. Ed ello è bello e radiante con grande splendore: de te, Altissimo, porta significazione.

Cari amici la rivista San Francesco e il sito sanfrancesco.org sono da sempre il megafono dei messaggi di Francesco, la voce della grande famiglia francescana di cui fate parte.

Solo grazie al vostro sostegno e alla vostra vicinanza riusciremo ad essere il vostro punto di riferimento. Un piccolo gesto che per noi vale tanto, basta anche 1 solo euro. DONA