approfondimenti

Francesco non nasconde la sofferenza

Milvia Bollati
Pubblicato il 30-11--0001



“Quand'era ancora nel mondo e viveva vita mondana, egli si occupava dei poveri, li soccorreva generosamente nella loro indigenza e aveva affetto di compassione per tutti gli affl itti”. Queste poche righe, dalla prima biografi a di Tommaso da Celano, ci consegnano un ritratto di Francesco ancora giovane, “quand'era ancora nel mondo”, cioè un giovane di Assisi come tanti, ma capace di lasciarsi toccare dal dolore dell'altro. Francesco non si nasconde e soprattutto non nasconde la sofferenza. La guarda in faccia. Non si sottrae.

Non sceglie di fuggire, ma si avvicina “con affetto di compassione”. L'affetto lo rende capace di compatire con chi patisce cioè di soffrire insieme con lui. “Quando non poteva offrire aiuto, offriva il suo affetto”. Dobbiamo lasciare che la nostra paura di fronte al dolore dell'altro sia vinta da questo affetto di compassione. Spesso solo questo è possibile e spesso proprio questo desideriamo ricevere o possiamo dare. “Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Salmo 69,21). Desideriamo quella vicinanza e quella presenza e quella tenerezza che frantumano la nostra solitudine. Questa è la consolazione: l'essere con chi è solo perché non sia più solo. Noi diventiamo capaci di consolare perché noi stessi siamo stati consolati (2Cor 1, 3-4). Ma “essere con” è anche e soprattutto un “sentire con”.

In un'altra biografi a di Francesco, la Leggenda perugina, troviamo parole che descrivono questo sentire empatico di Francesco, in particolare con i suoi frati: “Parlava con loro immedesimandosi nella loro situazione, non come un giudice, bensì come un padre comprensivo con i suoi fi gli e come un medico compassionevole con i propri malati. Sapeva essere infermo con gli infermi, affl itto con gli affl itti”. Nella Leggenda perugina però c'è anche un altro Francesco, un Francesco malato che cerca a sua volta consolazione. Anzi cerca “il sollievo dello spirito”. È a Rieti, prostrato, ormai quasi cieco. Chiede a un suo compagno di procurarsi una cetra e con quella fare un po' di musica e con le note e il canto “accompagnare le parole e le lodi del Signore”. Conosciamo la risposta del frate suo compagno, ma è la risposta di Francesco a quel rifi uto che vorrei ricordare: “Bene, fratello, lasciamo andare”. Lasciamo andare... sì, lasciamo andare perché non ci mancherà la consolazione.

“Il tuo conforto mi ha consolato” (Salmo 94, 19). La notte seguente il suono angelico di una cetra allieta Francesco di una melodia dolcissima che va e che viene e al mattino le parole di Francesco suonano anch'esse come un canto di benedizione: “Il Signore che consola i suoi amici nella tribolazione, questa notte si è degnato di consolarmi”.

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