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Francescanesimo/Vieni da me quando vuoi di Milvia Bollati

Milvia Bollati
Pubblicato il 30-11--0001

Tra i primi compagni di Francesco possiamo ricordare frate Riccerio da Muccia, nativo di un paesino a pochi chilometri da Camerino nelle Marche, sulla via Romea. Di lui sappiamo che era di nobili natali e che fece il suo ingresso nell’Ordine dei Frati Minori a Bologna, città che lo aveva visto tra i suoi studenti. Per anni resse come provinciale la Marca di Ancona – a nominarlo a questo incarico fu lo stesso Francesco –. Scelse di vivere i suoi ultimi anni come eremita.


È Tommaso da Celano, nella sua seconda biografia di Francesco, il Memoriale, ad offrici un piccolo quanto intenso ritratto. Il biografo ci racconta un momento di questa familiarità ed amicizia di Riccerio con Francesco, ma anche i suoi dubbi, le sue domande e il desiderio di conferme. Seguiamo il racconto: “Un frate di nome Riccerio, nobile di famiglia e più ancora di costumi, vero amante di Dio e disprezzatore di se stesso, aveva il pio desiderio e la fortissima volontà di assicurarsi la piena benevolenza del santo padre Francesco, ma d’altra parte lo tormentava il timore che san Francesco lo detestasse segretamente, privandolo del suo affetto. […] Un giorno, il beato padre, mentre pregava nella cella, e quel fratello, angosciato dal solito dubbio, stava avvicinandosi a quel luogo, ne avvertì l’arrivo e il turbamento che aveva nell’animo”.


Ancora una volta Tommaso da Celano ci fa vedere un Francesco capace di intuire ed avvertire nell’altro anche i sentimenti più profondi, quasi nascosti, che spesso non riusciamo nemmeno ad esprimere, ma che segnano il nostro volto. Ne ha intuito il turbamento, Francesco e a frate Riccerio si rivolge con queste parole: “Nessun pensiero ti tormenti, perché tu mi sei carissimo. Vieni da me quando vuoi, liberamente come ad amico”. È un invito a tornare e a ritornare per averne consolazione.


Forse queste parole ricorderanno a qualcuno di noi un altro ed altrettanto intenso colloquio, segnato dalla stessa amicizia, quello di Francesco con frate Leone. Nella lettera che Francesco scrisse di sua mano a frate Leone e che Leone conservò gelosamente, portandola sempre con sé, possiamo leggere parole simili. È un accondiscendere di Francesco, un accogliere anche la debolezza dell’amico, per il quale tuttavia ha anche parole, non di rimprovero, ma certamente di esortazione. Parole che spesso facciamo fatica ad ascoltare, ma sono queste le parole di chi sa amare.

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