Le visite dei pontefici
Tra i primi compagni di Francesco possiamo ricordare
frate Riccerio da Muccia, nativo di un paesino a pochi
chilometri da Camerino nelle Marche, sulla via Romea.
Di lui sappiamo che era di nobili natali e che fece
il suo ingresso nell’Ordine dei Frati Minori a Bologna,
città che lo aveva visto tra i suoi studenti. Per anni
resse come provinciale la Marca di Ancona – a nominarlo
a questo incarico fu lo stesso Francesco –. Scelse
di vivere i suoi ultimi anni come eremita.
È Tommaso da Celano, nella sua seconda biografia di
Francesco, il Memoriale, ad offrici un piccolo quanto
intenso ritratto. Il biografo ci racconta un momento
di questa familiarità ed amicizia di Riccerio con Francesco,
ma anche i suoi dubbi, le sue domande e il desiderio
di conferme. Seguiamo il racconto: “Un frate
di nome Riccerio, nobile di famiglia e più ancora di costumi,
vero amante di Dio e disprezzatore di se stesso, aveva il
pio desiderio e la fortissima volontà di assicurarsi la piena
benevolenza del santo padre Francesco, ma d’altra parte lo
tormentava il timore che san Francesco lo detestasse segretamente,
privandolo del suo affetto. […] Un giorno, il beato
padre, mentre pregava nella cella, e quel fratello, angosciato
dal solito dubbio, stava avvicinandosi a quel luogo, ne avvertì
l’arrivo e il turbamento che aveva nell’animo”.
Ancora una volta Tommaso da Celano ci fa vedere
un Francesco capace di intuire ed avvertire nell’altro
anche i sentimenti più profondi, quasi nascosti,
che spesso non riusciamo nemmeno ad esprimere,
ma che segnano il nostro volto. Ne ha intuito il turbamento,
Francesco e a frate Riccerio si rivolge con
queste parole: “Nessun pensiero ti tormenti, perché tu mi
sei carissimo. Vieni da me quando vuoi, liberamente come ad
amico”. È un invito a tornare e a ritornare per averne
consolazione.
Forse queste parole ricorderanno a qualcuno di noi
un altro ed altrettanto intenso colloquio, segnato dalla
stessa amicizia, quello di Francesco con frate Leone.
Nella lettera che Francesco scrisse di sua mano a frate
Leone e che Leone conservò gelosamente, portandola
sempre con sé, possiamo leggere parole simili. È un
accondiscendere di Francesco, un accogliere anche la
debolezza dell’amico, per il quale tuttavia ha anche
parole, non di rimprovero, ma certamente di esortazione.
Parole che spesso facciamo fatica ad ascoltare,
ma sono queste le parole di chi sa amare.
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