Le visite dei pontefici
«Mount Fuji, o monte mio, montagna dei miei occhi». La voce di Patti Smith, 65 anni compiuti
a dicembre, risuona limpida e forte al microfono dell'Electric Lady Studio, la sala di registrazione sull'ottava
strada dove insieme al fedele chitarrista Lenny Kaye sta ultimando un nuovo album che verrà pubblicato in
tarda primavera dalla Sony.
Nella cornice psichedelica del mitico spazio creato nel 1970 da Jimi Hendrix e reso poi famoso da leggende
come Bob Dylan, John Lennon e David Bowie, la sacerdotessa del punk rock sta registrando una canzone
dedicata ai terremotati del Giappone, insieme ad altre che comporranno il disco, incluse due dedicate,
rispettivamente, a Maria Schneider e Amy Winehouse, sue amiche scomparse di recente.
«È un album molto italiano», esordisce. «Due motivi li ho scritti a bordo della Costa Concordia nel 2010,
quando giravamo Socialisme con Jean-Luc Godard. Un altro, "Il sogno di Costantino", dedicato a San
Francesco d'Assisi e Piero della Francesca, l'ho composto in una chiesa di Arezzo e registrato col gruppo
aretino La Casa del Vento»
Il prossimo 16 febbraio sarà anche al Festival di Sanremo.
«Canterò "Impressioni di Settembre" della Pfm con i Marlene Kuntz. L'Italia mi ha dato tanto e mi sembra
giusto ricambiare. La Francia di Rimbaud e Baudelaire ha plasmato la mia cultura giovanile ma se dovessi
scrivere un memoir adesso parlerei dell'Italia, dove ho tenuto il mio ultimo concerto prima del ritiro dalle
scene, a Firenze, nel 1979. È stato il calore del vostro Paese, più tardi, ad aiutarmi a ricucire il rapporto col
pubblico mondiale».
La prestigiosa New York Review of Books la definisce «La Madre coraggio del Rock», notando come,
dopo aver vinto il prestigioso National Book Award con l'autobiografico Just Kids, ha pubblicato due
raccolte di versi ed è protagonista di ben tre mostre fotografiche.
«Se dovessi scegliere una sola arte, opterei per la scrittura anche se la dualità è da sempre presente in me:
amo esibirmi e interagire col pubblico e allo stesso tempo ho bisogno di scrivere in solitudine. Sto lavorando a
tre nuovi libri che per me sono come cavalli: non so quale arriverà primo alla meta».
Il suo debutto è stato come commediografa in Cowboy Mouth, co-scritto con Sam Shepard nel 1971.
«Sam ed io siamo ancora amici. Fu lui, durante la nostra love story, il primo a farmi sentire attraente. "Sei
bellissima", mi diceva, e dopo un'infanzia da brutto anatroccolo io stentavo a credergli. Però fu Robert
Mapplethorpe, mio grande amore e anima gemella, a scattarmi le foto più vere. Come quella sulla copertina
di "Horses", il mio primo album».
Erano i tempi dell'odiata Factory di Andy Warhol.
«Detestavo il mondo crudele di Warhol, che usava e scartava la gente come fossero Kleenex. Molti artisti e
transessuali del suo entourage hanno finito per autodistruggersi. Robert ed io non ci siamo mai fatti
fagocitare».
Nel libro parla di Bob Dylan come del suo idolo.
«Lo era. Nel 1975 venne ad ascoltarmi in un club del Village. Nessuno mi aveva detto che era tra il pubblico
ma dall'elettricità nell'aria sentii la sua presenza. Più tardi venne a trovarmi in camerino e da quel giorno mi
ha sempre incoraggiato. Springsteen ed io invece non possiamo dirci amici: il mio New Jersey è molto più
rurale del suo»....
Ha qualche rimpianto?
«Non aver esplorato il mestiere di attrice. Adoro il cinema e anche se le Nomination all'Oscar 2012 non
premiano i migliori lo guarderò. È un rito che seguo dall'infanzia, quando mia madre indovinava puntualmente
tutti i vincitori».
Cosa pensa dei giovani di oggi?
«Ogni generazione ha i suoi miti: non sta a me giudicare. Certo, non è un'era spirituale questa, perché non si
ha tempo per pensare all'anima. Ma anche se non mi riconosco in questa cultura, ho la mia nicchia, la mia
arte e i miei valori. Continuerò a leggere i libri di carta, anche se dovessi stamparmeli da me. E ascolto
musica classica, lirica e jazz. Oggi amo Glen Gould, Adele, Ornette Coleman e Coltrane».(Corriere della Sera)
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