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Articolo
04-02-2012
 
Riflessioni/La disoccupazione condanna la società
Redazione online



«La disoccupazione condanna un mondo come il nostro. Tutti, di fronte alla disoccupazione di massa, siamo e dobbiamo sentirci solidali e responsabili». Lo sottolinea il cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, in un articolo pubblicato, mercoledì 1° febbraio, dal quotidiano spagnolo «La Razón». Il porporato commenta gli allarmanti dati ufficiali diffusi la settimana scorsa sui disoccupati in Spagna (5.300.000), «una cifra altissima che ha colpito tutti». Purtroppo — si legge nell’articolo — «si tratta del tasso più alto della nostra storia. Bisogna inoltre aggiungere che più di un milione e mezzo di disoccupati ha smesso di percepire il sussidio di disoccupazione. Le previsioni per il futuro non sono, tra l’altro, affatto lusinghiere: il fenomeno crescerà sicuramente nei prossimi mesi, si connota e si preannuncia come qualcosa di endemico della nostra società».


Secondo Cañizares Llovera, «la disoccupazione, senza alcun dubbio, è una delle peggiori calamità della nostra società, uno dei mali più grandi che l’affliggono. E non è uno fra i tanti mali di cui soffre il nostro mondo malato. Costituisce di fatto una sorta di tumore maligno molto profondo e aggressivo, con grandi e gravi ramificazioni, che — perché non dirlo? — sta giudicando la nostra società e condannando un mondo come il nostro». Il cardinale ricorda che negli anni 1983-1984, quando anche la Spagna si vide colpita da una crisi di disoccupazione (sebbene molto meno estesa e profonda di quella attuale), monsignor Antonio Palenzuela Velázquez, allora vescovo di Segovia, disse e scrisse cose che vale la pena ricordare e rileggere. A proposito della realtà della disoccupazione, fenomeno tipico dell’attuale epoca moderna, affermava, con la libertà che gli era propria, che «la disoccupazione è uno tra i mali più grandi che colpiscono le società moderne. Produce fame, miseria, frustrazione, crisi familiari, umiliazione e sconforto e può sfociare in una serie di guerre e di rivoluzioni, come avvenne con la crisi degli anni Trenta. Oggi, storditi da tanto rumore, tante immagini, tanto alcol, tanta droga, tanto inganno pubblicitario e ideologico, tante cose possedute, godute e consumate, tanta libertà senza impegno né dedizione, non avvertiamo un male così grande che, in un modo o nell’altro, riguarda tutti noi».


La disoccupazione, «cancro terribile della nostra società», «non è un male qualunque», perché, «oltre alla fame e alla miseria, alle umiliazioni e alle frustrazioni, alle crisi familiari, o allo sconforto che genera», ferisce l’uomo e la donna, l’adulto e il giovane, nel più profondo della loro dignità umana, che vedono perduta, «perché ne sono stati spogliati» nel vedersi privati di un lavoro con una qualche stabilità, senza il quale «l’uomo contemporaneo, almeno nelle nostre società, non si considera “realizzato” come persona». Ciò che più preoccupa gli spagnoli, e ciò che più desiderano, secondo i sondaggi popolari, è avere un posto di lavoro: «Ne va della loro dignità e del loro essere uomini o donne. Fa rabbrividire il solo immaginare cosa potrà essere di una gioventù che, dopo una preparazione scolastica a volte fin troppo lunga, entra nell’età adulta, senza aver ottenuto un posto di lavoro con un minimo di stabilità», conclude citando Palenzuela Velázquez. A tutta questa situazione così grave si può aggiungere un fatto che la rende ancora più drammatica: «Non s’intravede una rapida uscita da questo stato di cose. Chi nell’età matura perde il posto di lavoro, può dare quasi per certo che non ne troverà un altro. Così ci sono famiglie che giungono a situazioni di estremo bisogno e vivono angoscianti e costanti conflitti. La disoccupazione giovanile sta colpendo anche gli adolescenti che vedono il loro futuro incerto. Per quanto nell’ambito pubblico e privato regni un deciso interesse a intrattenere e a “divertire” la gioventù, quest’ultima sta perdendo fiducia nel mondo adulto». Di tale perdita tutti tocchiamo con mano i terribili effetti, scrive il prefetto, ma ci stiamo abituando a ciò e ci lasciamo dominare dall’indifferenza, dall’apatia e dal fatalismo. «Non si può negare — aggiungeva monsignor Palenzuela — che fattori tecnici sono la causa della disoccupazione. Ma lo è anche in larga misura la mancanza di solidarietà nelle nostre società. Evidenti prove di ciò sono l’accumulo di impieghi, i salari esorbitanti e non giustificati, l’applicazione di ingenti risorse economiche per soddisfare bisogni artificiosamente suscitati dalla manipolazione dei mezzi di comunicazione, il consumismo (l’applicazione di ingenti mezzi economici per soddisfare il lusso, lo sperpero senza senso) e soprattutto la perdita di significato dei valori morali che porta a subordinare agli interessi economici il bene dell’uomo e della società». La disoccupazione «è il frutto di un ordine di cose che fa dell’ambito economico il valore supremo, un dio».


Nessuno si può sentire spettatore dinanzi alla disoccupazione. Essa giudica la società. «Non solo — afferma il porporato — condanna anche un mondo come il nostro. Tutti, di fronte alla disoccupazione di massa, siamo e dobbiamo sentirci solidali e responsabili, in modo particolare noi cristiani, che abbiamo una ragione speciale per esserlo: “Se a Dio interessa appassionatamente il destino dell’uomo, al cristiano non può risultare indifferente il problema della disoccupazione. In essa è in gioco, direttamente o indirettamente, il destino degli uomini e delle società del nostro tempo”». È il momento della verità, della carità: «Verità e carità si dimostrano quando uno è capace di donarsi interamente per aiutare e salvare gli altri, fino a dare la propria vita, come dimostra la testimonianza ammirevole e impressionante che in questi giorni hanno reso a tutto il mondo i tre poliziotti lungo le coste della Galizia, di fronte a La Coruña, perdendo la vita per salvare gli altri. Dio premierà la loro straordinaria e fiduciosa testimonianza di solidarietà e di servizio, e ancor di più di amore per il prossimo, riflesso dell’Amore che è Dio, tanto profondamente innamorato dell’uomo». Per questo il cardinale Cañizares Llovera esprime la sua ammirazione «per un così alto esempio di virtù, di servizio e di coraggio per tutta la società, e per la speranza che suscitano in noi. Dio non ci abbandona». (News.va)

 
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