Le visite dei pontefici
Quando cade la neve non possiamo non pensare alla meraviglia, come sottolinea Avvenire in un bell'articolo uscito oggi:
"Nevica sul Vesuvio, freddo siberiano, crolla il tendone del Palafiuggi, saltano le partite di calcio, 90 morti in
Polonia, Romania, Bulgaria, 45 in Ucraina, in crisi anziani e clochard, disagi e ritardi sui treni, ci sono scuole
e asili che chiudono. In gran parte d'Italia ci vogliono le gomme invernali o le catene, anche se la strada non è
ghiacciata devi averle a bordo, la polizia ti controlla il bagagliaio, se non le hai sei in multa. Molti imprecano:
maledetta la neve, a cosa serve la neve? Perché ci fa soffrire? Perché la vita, già così difficile, dev'essere più
difficile? È giusto, è saggio che la natura sia fatta così? O c'è un errore? La neve è un male? Guardo fuori
dalla finestra, la neve volteggia come se non avesse peso. Però cade, un peso ce l'ha. L'ho vista infinite
volte, praticamente ogni inverno. Per me, uomo del Nord, fa parte della natura e del mondo. Certo la vedevo
con occhi diversi da piccolo, allora era accettata, era naturale. Poi è venuto il boom e col boom l'idea che nel
corso della vita avremmo umanizzato il mondo, lo avremmo piegato alle nostre esigenze. E tra le nostre
esigenze non c'è la neve né il freddo: sono due negativi. Per noi umani, ma anche per tutti gli animali. E per i
vegetali: le piante soffrono, non crescono, la linfa che sale lungo la corteccia si ghiaccia. Nelle linee
ferroviarie si possono bloccare gli scambi, un treno diretto a una destinazione s'immette in un'altra, il traffico
va in tilt. La neve è un nemico. Come l'orso, il lupo, la lince, la volpe, tutti gli animali che tornano
silenziosamente a popolare i nostri boschi, e che ci fanno guardinghi: si stava meglio prima. La Natura ci
tradisce. Lei noi, o noi lei? Non siamo noi che diventiamo incapaci di amare la natura, di accettarla, quando è
come dev'essere? Un bosco con l'orso è più bello, con le linci e le volpi pure, e un inverno che ha la neve è
un inverno. Non volendo la neve, noi non vorremmo l'inverno. Non vorremmo la Natura. Vorremmo un mondo
snaturato. Non siamo più capaci di vivere. La neve non c'è nel «Cantico di Frate Sole», ma solo perché san
Francesco lo scriveva in Umbria, in una stagione in cui la neve non scendeva. Se lo scrivesse ora, adesso,
guardando i fiocchi di neve toccar terra senza tonfo, la inserirebbe tra le meraviglie per cui bisogna alzare le
lodi. Francesco sta all'inizio della nostra storia letteraria, nel primo capitolo. Zanzotto sta alla fine, nell'ultimo.
Zanzotto ha un'ode alla neve, perché la vedeva ad ogni inverno, faceva parte del suo paesaggio. Della neve
fa un elogio immenso e fulmineo, la guarda e dice di essere «pronto, in fase d'immortale, / per uno sketchidea
della neve, per un suo guizzo. / Pronto. /Alla, della perfetta./ "E' tutto, potete andare"». Dunque la neve
non è uggiosa, dannosa, odiosa: è "perfetta" e basta. Il "potete andare" è rivolto a noi, che dal poeta ci
aspettavamo chissà che cosa. Mentre dobbiamo soltanto prendere atto che la neve è una perfezione
indicibile: è giusto, è bello che ci sia. Se c'è la neve, non c'è qualcosa di troppo. Se non ci fosse, ci sarebbe
qualcosa di meno. Come il lupo, che dall'Austria scende verso Sud, come l'orso, che dalla Slovenia cammina
verso Ovest, come le volpi, che in Carnia rubano le galline. La natura non è fatta perché noi la dominiamo
senza disagio e senza paura: la vita sta nell'affrontare i disagi e vincere la paura. La neve ce lo ricorda. Nelle
nostre case calde, noi la odiamo. Nelle loro case fredde, i contadini l'amavano. E non è vero che non serva a
niente: «Sopra la neve fame, / sotto la neve pane». Fra poco la neve si scioglierà e il pane spunterà."
Vengono in mente anche due momenti importanti della vita di san Francesco raccontati nelle Fonti Francescane:
Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava, mentre tutte le membra erano arrossate di lividi, aprì la celletta e, uscito nell'orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo:
"Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa' presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore ".
Rigoroso nella disciplina, vigilava assai attentamente su se stesso e aveva cura speciale nel custodire quel tesoro
inestimabile della castità, che noi portiamo nel fragile vaso del corpo: e anche il corpo egli si studiava di tenere con
rispetto e santità, mediante l'integerrima purezza di tutto se stesso, carne e spirito.
Per questo agli inizi della sua conversione, nel tempo del gelo invernale, forte e fervente nello spirito, si
immergeva per lo più in una fossa colma di ghiaccio o di neve, sia per rendersi perfettamente soggetto il nemico di casa,
sia per preservare dal fuoco della concupiscenza la veste candida della purezza.
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