francescanesimo

San Francesco e il Domenicano: Lui vola come aquila, noi invece strisciamo terra terra

Redazione

L'incontro tra san Francesco e un Frate domenicano

A partire dal 1223 si apre il periodo che alcuni biografi chiamano della «grande tentazione». Il Natale di Greccio era stato sicuramente un momento felice in anni, gli ultimi della vita di Francesco, caratterizzati dal deteriorarsi della salute fisica (cominciava a soffrire allo stomaco, alla milza, al fegato e aveva contratto un tracoma agli occhi). Ma il problema non era solo la malattia del corpo: era l’anima a conoscere un’angoscia mai provata prima. Francesco fu fortemente tentato di abbandonare tutto. Le liti tra i frati e la difficoltà nel tenere unita la comunità secondo la forma di vita originaria lo demoralizzavano.

"Una volta tutti i frati osservavano con impegno la santa povertà in ogni cosa: negli edifici piccoli e miseri, negli utensili pochi e rozzi, nei libri scarsi e poveri, nei vestiti da pezzenti. In questo, come in tutto il loro comportamento esteriore, erano concordi nello stesso volere, solleciti nell’osservare tutto ciò che riguarda la nostra professione e vocazione e buon esempio; unanimi erano nell’amare Dio e il prossimo. Ma da poco tempo in qua, questa purezza e perfezione ha cominciato ad alterarsi, anche se i frati dicono, per scusarsi, che non si può osservare questo ideale per la moltitudine dei frati stessi."

Francesco però si rifiuta di punire i frati che deviano, rifiuta la figura di giudice in coerenza con la sua linea del buon esempio: «Fino al giorno della mia morte, con l’esempio, non smetterò d’insegnare ai fratelli che camminino per la via indicatami dal Signore e che ho mostrato loro, l’ideale a cui li ho formati, in modo che siano inescusabili dinanzi al Signore, e che non mi tocchi rendere conto al Signore di loro e di me».

Così come si opponeva alle regole di san Benedetto, sant’Agostino e san Bernardo, che gli venivano proposte come un modello più praticabile: «Il Signore mi disse che voleva che io fossi un novello pazzo nel mondo; questa è la scienza alla quale Dio vuole ci dedichiamo! Egli vi confonderà per mezzo della stessa sapienza e scienza!».

Un altro testo che conferma l’importanza e la necessità dell’esemplarità della propria vita è tratto dal seguente dialogo che mette in luce la sua acutezza e la sua intelligenza: Mentre dimorava presso Siena, vi capitò un frate dell’Ordine dei predicatori, uomo spirituale e dottore in sacra teologia. Venne dunque a far visita al beato Francesco e si trattennero a lungo insieme, lui e il Santo in dolcissima conversazione sulle parole del Signore. Poi il maestro lo interrogò su quel detto di Ezechiele: Se non manifesterai all’empio la sua empietà, domanderò conto a te della sua anima. Gli disse: «Io stesso, buon padre, conosco molti ai quali non sempre manifesto la loro empietà, pur sapendo che sono in peccato mortale. Forse che sarà chiesto conto a me delle loro anime?».

E poiché Francesco si diceva ignorante e perciò degno più di essere da lui istruito, che di rispondere sopra una sentenza della Scrittura, il dottore aggiunse umilmente: «Fratello, anche se ho sentito alcuni dotti esporre questo passo, tuttavia volentieri gradirei a questo riguardo il tuo parere». «Se la frase va presa in senso generico» rispose Francesco «io la intendo così: Il servo di Dio deve avere in se stesso tale ardore di santità di vita, da rimproverare tutti gli empi con la luce dell’esempio e l’eloquenza della sua condotta. Così, ripeto, lo splendore della sua vita ed il buon odore della sua fama, renderanno manifesta a tutti la loro iniquità.»

Il dottore rimase molto edificato per questa interpretazione, e mentre se ne partiva, disse ai compagni di Francesco: «Fratelli miei, la teologia di questo uomo, sorretta dalla purezza e dalla contemplazione, vola come aquila. La nostra scienza invece striscia terra terra».

Negli ultimi anni gli scontri finirono per accrescersi e acuirsi. Molti chiedevano un adattamento alle nuove esigenze, una maggiore libertà nell’azione pastorale, fin quasi a entrare in competizione con il clero, e auspicavano una richiesta di privilegi presso la sede apostolica. Il sogno di Francesco rischiava di essere ridimensionato in nome di un compromesso con la legge. Di qui la frustrazione, la chiusura, le parole talvolta dure e aspre rivolte ai frati.

L’immagine dell’uomo sempre lieto viene coperta da ombre. Quella malinconia che Francesco aveva strenuamente combattuto in tutte le sue forme sembrava aver riacquistato una forza demoniaca. Tornano di continuo nelle fonti i moniti del Poverello verso chi rischiava di indulgere in passioni tristi: «Il servo di Dio non deve mostrarsi agli altri triste e rabbuiato, ma sempre sereno. Ai tuoi peccati, riflettici nella tua stanza e alla presenza di Dio piangi e gemi. Ma quando ritorni tra i frati, lascia la tristezza e conformati agli altri». E ancora: «Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi».

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