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FRANCESCO E IL SULTANO 800 ANNI DALLO STORICO INCONTRO

Enzo Fortunato Archivio Fotografico Sacro Convento Assisi
Pubblicato il 01-02-2019

Francesco, infatti, supera la via delle crociate per percorrere la strada stretta e sterrata del dialogo

“Viviamo tutti sotto il medesimo cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte.”

Lo statista Konrad Adenauer, Cancelliere federale della Germania, che si trova a pronunciare questa affermazione in uno dei momenti più drammatici dell’esperienza tedesca ed europea, ci dice, indirettamente, l’importanza di non escludere l’altro, sia esso ebreo, musulmano, induista, buddista; ma di donargli la possibilità di esistere nella sua originalità e nella sua differenziazione da noi. Lo stesso ha cercato di raccontarci, con sfumature diverse, il giovane Carlo Acutis, morto di leucemia a soli 15 anni: “Tutti nascono come originali ma molti muoiono come fotocopie”. Per orientarsi verso questa meta e non “morire come fotocopie” Carlo diceva che la nostra Bussola può essere la Parola di Dio, con cui siamo chaimati a confrontarci costantemente.



Affermazioni che ci introducono e arricchiscono l’anniversario di quest’anno: 800 anni dall’incontro di Francesco col Sultano Melik al-Kamil, che abbiamo pensato di celebrare anche attraverso il nostro calendario francescano.

Dodici raffigurazioni, una per ogni mese, che immortalano il momento in cui si incontrano culture diverse e vengono aperte le porte al dialogo interreligioso. Un momento che da ottocento anni, si rinnova quotidianamente nella terra di Francesco. Un cammino che illumina il cielo di coloro che decidono di mettersi in viaggio per incontrare l’altro. Il grande pensatore francese Montaigne scriveva: “A chi mi domanda ragione dei miei viaggi solitamente rispondo che so bene quello che fuggo, ma non quello cerco”. Crediamo invece che Francesco sapesse bene cosa stesse cercando e cosa volesse dirci



Il messaggio di Francesco
, infatti, supera la via delle crociate, o denigrazione e quella dell’isolamento e emarginazione, per percorrere la strada stretta e sterrata del dialogo e del rispetto.



La prima via, quelle delle crociate, si è rivelata un percorso sbagliato e Francesco ne è stato testimone. Tornato dalla guerra dimenticò immediatamente la sua volontà di essere cavaliere, perché sul campo di battaglia vide da vicino i risultati della spada: ferite, crisi, sofferenze, odio e morte. È su questa terra che Francesco conosce l’altro come un nemico.



La seconda via fu ed è ancora quella dell’isolamento e dell’emarginazione, via che oggi, nell’era della globalizzazione non dovrebbe avere più un senso. Non possiamo e, non dobbiamo, fare finta di non vedere che l’altro vive accanto a me non è un nemico. Questa seconda via ci ricorda come venivano considerati malati di lebbra nel medioevo, dovevano stare in disparte, lontano da me, dalla mia famiglia, dalla mia città, ai confini. Il Poverello, abbracciando il lebbroso, conosce l’altro che viene emarginato.



La terza via, l’ultima, è il dialogo, più che tolleranza. “Tollerare” può sfociare solo nell’emarginazione o nel conflitto. È un’azione, un modo di pensare e di vivere, che non favorisce l’accoglienza, né si apre al dialogo, all’incontro, alla relazione “tollerare fino a un certo punto”. Il dialogo, come enuncia l’etimologia greca della parola, è l’intrecciarsi (dià-) di due logoi, pensieri sentimenti e concezioni differenti. In questa luce, Francesco che raggiunge Melik al-Kamil, o abbraccia il lebbroso, diventa il grande patrono del dialogo e riconosce l’altro con una delle espressioni più usate nel Cantico delle Creature: Fratello.


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