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FRANCESCO D'ASSISI, RIVOLUZIONARIO IN UN GESTO

Andrea Cova

NON SAREBBE STATA UNA VITA MIGLIORE SGUAZZARE NEGLI AGI DELLA BORGHESIA? VENDERE I TESSUTI PREGIATI DEL PADRE E VIAGGIARE PER ANDARLI AD ACQUISTARE.

Fu un gesto rivoluzionario, compiuto davanti a due autorità: paterna e spirituale. Il potere temporale del padre Bernardone da una parte, quello spirituale del vescovo Guido dall’altra e nel mezzo Francesco nudo. Ha appena rinunciato ai beni terreni.

Compiere un gesto del genere nel 1206 significava creare scompiglio all’interno di una società, di sicuro non abituata ad assistere ad una scelta consapevole di “cambio di classe sociale”. Il cambiamento di stato sociale non era agevolato da niente, ma semmai imposto dalla sorte: una epidemia, una morte improvvisa, una carestia potevano funzionare da “ascensore sociale” verso il basso.

Francesco, invece, ha compiuto una scelta ponderata, voluta. Voleva stare tra gli ultimi della collettività, quelli emarginati, allontanati. I lebbrosi, i poveri.

Perché? Non sarebbe stata una vita migliore sguazzare negli agi della borghesia? Vendere i tessuti pregiati del padre e viaggiare per andarli ad acquistare? Accumulare denaro, ricchezza e di conseguenza benessere, per sé e per la sua futura famiglia?

Sicuramente sarebbe stata la scelta più semplice da compiere. Tutti sarebbero stati capaci di decidere per il lusso, è facile. Ma dal piedistallo borghese, Francesco avrebbe potuto comunque stare accanto ai reietti? In questo condominio si scende ma non si sale: il Santo opta per vivere l’imitazione di Cristo povero e l’amore per i poveri.

“Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”. (Mt 19, 16-22) Parole di Cristo che, sicuramente, avranno risuonato nella mente di Francesco, anche quando si sentì in colpa per aver ricusato l’elemosina ad un povero: “Un giorno che stava nel suo negozio, tutto intento a vendere delle stoffe, si fece avanti un povero a chiedergli l’elemosina per amore di Dio. Preso dalla cupidigia del guadagno e dalla preoccupazione di concludere l'affare, egli ricusò l'elemosina al mendicante, che se ne uscì. Subito però come folgorato dalla grazia divina, rinfacciò a se stesso quel gesto villano, pensando: ‘Se quel povero ti avesse domandato un aiuto a nome di un grande conte o barone, lo avresti di sicuro accontentato. A maggior ragione avresti dovuto farlo per riguardo al re dei re e al Signore di tutti’. Dopo questa esperienza, prese risoluzione in cuor suo di non negare mai più nulla di quanto gli venisse domandato in nome di un Signore così grande”. (FF 1397)

Il Vangelo è la rosa dei venti per orientare la vita di Francesco. Quando ancora andava vestito da eremita, ascoltando la messa udì le istruzioni di Cristo per i discepoli a non portare né oro né argento, né pane, né bastone, né calzature, né veste di ricambio quando vanno in predicazione.

In questo momento si compie una “seconda spogliazione”. Con entusiasmo “si sbarazzò di tutto quello che possedeva di doppio, e inoltre del bastone, delle calzature, della borsa e della bisaccia. Si confezionò una tonaca misera e grossolana e, in luogo della cinghia di pelle, strinse i fianchi con una corda”. (FF 1427)

Il percorso di “somiglianza” a Cristo troverà poi il suo momento culminante sul monte della Verna, quando Francesco riceverà le stimmate.

Due personaggi che hanno segnato in maniera indelebile il cammino umano, affidandosi a un comandamento semplice, da sembrare banale: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. “È la più grande rivoluzione di sempre”: come lo spiega Fabrizio De André parlando del suo Lp “La Buona Novella” (il più laico degli atti di fede). Un comandamento che avvicina Gesù e Francesco in maniera inossidabile. Possiamo chiamarli “rivoluzionari”?

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