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Le sedie di Davide Dormino, artista della libertà

Domenico Marcella

Manifestare è liberatorio. E non è un caso che si sia tornati a farlo con più vigore proprio nel momento in cui l’informazione distorta e il cinismo di certa politica hanno iniziato ad adescare, a persuadere e a svuotare le coscienze (che è forse il crimine più alto). Eppure un nocciolo duro di eroi civili – armati di inarrestabile creatività e nobili intenti che tendono ai grandi diritti universali – sta cercando di riportare un po’ di ordine nel sempre più caotico assetto sociale. Lo sa bene l’artista Davide Dormino. Cinque anni fa, all’indomani di una discussione sulla libertà di informazione generata dal caso “Wikileaks”, Davide ha creato “Anything to say?”, un gruppo scultoreo in bronzo che ritrae in dimensioni reali Edward Snowden, Julian Assange e Chelsea Manning. Le tre impavide e controverse figure contemporanee – che hanno sfidato il potere, nella sua forma più ampia – sono state innalzate dall’artista su tre sedie.

Davide, perché la sedia?
«Perché la sedia è un elemento con il quale tutti abbiamo quotidiani rapporti, ma spesso chi si adagia troppo comodamente non ha alcun istinto di reazione. Ogni animatore di rivoluzione sociale e culturale opera in piedi, e ho voluto far assumere al trittico che ho rappresentato – con abiti vagamente simili quelli di un detenuto o di un corpo scelto del più pacifico esercito – una posizione che interpretasse al meglio il coraggio di alzarsi senza paura di essere giudicati, o giustiziati. Se si guarda l’opera con occhi diversi, infatti, potrebbe sembrare la scena di un’esecuzione pubblica; basterebbe mettere al loro collo un cappio, dare un colpo alla sedia, e cambia il suo significato».

Hai scelto tre figure emblematiche 
«Sì. Julian Assange, Chelsea Manning e Edward Snowden si sono esposti pubblicamente. Hanno fatto delle rivelazioni scomode e sconquassanti, e per questo stanno pagando l’altissimo prezzo della libertà personale. Li ho rappresentati dritti e fieri come ogni essere umano dovrebbe essere».

Fa parte dell’opera anche una sedia vuota, che invita il pubblico all’azione
«L’intento di “Anything to say?” è quello di creare coscienza intorno alla libertà di espressione, alle tre figure rappresentate, e a tutti coloro che combattono quotidianamente contro la corruzione e i crimini di guerra. La sedia vuota non è casuale, ma viene sempre più frequentemente occupata dalle persone che si avvicinano per interagire con l’opera. Con la partecipazione attiva dello spettatore, “Anything to say?” diventa uno strumento di comunicazione».

Ad arginare la morìa delle utopie e la crisi latente dei valori ci stanno pensano tutti i “ribelli” usciti allo scoperto per entrare a gamba tesa nel dibattito. A chi offriresti la quarta sedia?
«Qualcuno su Twitter si è divertito – attraverso la creazione di apprezzatissimi fotomontaggi – a farci salire anche una serie di personaggi fra cui Papa Bergoglio e Bono Vox. Non mi stancherò mai di ripetere che quella sedia è per tutti, non di un credo politico o religioso, non di un Paese solo».

Opere come la tua contribuiscono a fare la differenza, perché spronano l’osservatore a informarsi e a informare
«Sì. “Anything to say?” ha un forte impatto anche dal punto di vista giornalistico perché denuncia la diffusione delle sempre più forvianti fake news. L’opera sprona ogni osservatore a non leggere superficialmente fra le righe, ma ad approfondire, e a ricercare sempre il vero in quel che i media ci danno violentemente in pasto».

La disubbidienza è una virtù
«Lo è. Credo molto nella disubbidienza civile. Tutti abbiamo il diritto di manifestare e di esprimere le nostre idee. La cultura crea coscienza e l’informazione diventa un’arma per difendersi. Non a caso, il mondo è pieno di manifestazioni; vedi Francia, Venezuela, Hong Kong. In Italia qualcosina si sta muovendo grazie all’entusiasmo del movimento delle Sardine. A mio avviso, questo è un forte segnale di richiamo».

C’è un dettaglio che non possiamo minimamente omettere: “Anything to say?” è un’opera a vocazione itinerante. Sta girando le più importanti piazze d’Europa
«L’opera viaggia, sì. Va nelle nazioni e dalle persone. È stata esposta la prima volta a Berlino, nel 2015. Ricordo che c’era tutta la stampa internazionale in fermento che cercava di capire cosa un’opera simile potesse generare. Siamo tornati nella capitale tedesca a novembre, dopo cinque anni, e abbiamo percepito una netta presa di coscienza. È attraverso le reazioni, le parole e le interazioni del pubblico con l’opera che ci si accorge come l’arte riesca a superare le barriere legate alla Politica e alla Giustizia, per parlare in maniera immediata alle persone. Portare in giro “Anything to say?” è un dovere morale e civile».

Soprattutto perché in questi cinque anni poco è cambiato, diciamolo
«Direi che la situazione è peggiorata. I bavagli sui giornalisti esistono ancora, e la libertà di stampa è sempre più compromessa. La vicenda di Assange è fondamentale perché se dovesse essere estradato ci sarebbe un tracollo e la situazione peggiorerebbe. Quello che in questi cinque anni è cambiato è un pizzico di coscienza in più, perché esistono centinaia di organizzazioni a sostegno della causa, di cui in qualche modo l’opera si è fatta portavoce».

Il prossimo 25 febbraio a Londra inizierà il processo per l’estradizione di Assange. Anche Roma si sta mobilitando
«Sì, abbiamo organizzato per domenica 23 febbraio, con il gruppo “Italiani per Assange”, un evento in Piazza del Popolo per sensibilizzare i cittadini sulla richiesta internazionale di liberazione del giornalista Julian Assange, e sull’opposizione totale alla sua estradizione negli Stati Uniti. L’evento prevede una sedia vuota che, ispirandosi a “Anything to say?”, darà la possibilità ai presenti che lo desidereranno di prendere parola e sostenere Assange».

Davide, qual è la tua missione?
«Qualcuno recentemente mi ha fatto il più bel complimento che potessi ricevere: “Questa è la vera Statua della Libertà”. La mia responsabilità primaria è quella di raccontare il mondo in cui vivo, di tradurre in forma i pensieri che gravitano nell’aria, di creare confronto, e affrontare sempre un nuovo viaggio verso la verità».