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'Ci chiamavano barboni, siamo arrivati da papa Francesco'

Il giornale di strada 'Scarp de’ tenis' compie 25 anni

Credit Foto - Corriere della Sera

Un giorno a metà degli anni ‘90, la rivista era appena nata, quelli della redazione glielo chiesero: Jannacci, ma perché il barbone della canzone portava proprio i scarp de’ tenis? «Perché io ero rifiutato all’interno del circolo del tennis - fu la risposta - in quanto povero ragazzo di periferia. Ecco, auguro ai venditori e ai redattori di Scarp de’ tenis che non ci siano più rifiuti in questa città, come allora hanno rifiutato me. Sa cosa le dico? Ma lasciamoli per i cazzi loro, questi circoli esclusivi! Rimangano nei loro golf o tennis. Sono loro che devono essere esclusi! Via, fuori dai coglioni questa gente! Va bene? Sono andato giù pesante, eh?....».

C’era andato pesante, sì. Perché non furono leggeri, quegli anni. Coi milanesi imbruttiti dall’improvviso impoverimento dopo Tangentopoli, infastiditi dai primi mendicanti ai semafori, indifferenti a quei barbùn che per tremila lire vendevano un nuovo, strano giornale che si chiamava Scarp de’ tenis ed era scritto da loro. «Oggi bisogna dire che l’accoglienza a Milano è migliorata», il direttore Stefano Lampertico rigira fra le mani il vecchio articolo sul cantautore: «Solo quella, però. I problemi, no: se guardi le nostre copertine d’allora erano già sulla gente che dorme per strada o sul diritto di residenza anagrafica. Non è cambiato niente». È la stampa, monnezza. Poco glam e molto slum. Senza la pubblicità di top model o top car. Al massimo di qualche supermercato con le mele 0,92/kg, «e coi lettori che abbiamo, mica possiamo accettare le inserzioni dei vini o delle sale da gioco…». Povera ma bella: tanto patinata nella grafica quanto abrasiva nei pezzi di Erri De Luca ed Ezio Mauro, Eraldo Affinati e Domenico Starnone. «Quando abbiamo chiesto a Gianni Mura di tenere una rubrica, l’abbiamo avvertito che l’avremmo pagato pochissimo. Ha accettato a una condizione: “Non voglio essere pagato pochissimo, voglio essere pagato zero…”».

Scarp de’ tenis è un giornale d’asfalto. Di strada, fatto da chi è finito sulla strada. Coraggioso, che crede ancora nella carta. Un giornale vero: redazione dietro San Vittore, corrispondenti in tutt’Italia, quattro professionisti e la Caritas come editore. Tira più di 20mila copie mensili, e la prima regola è che la firma del columnist è uguale a quella del clochard. La seconda è che a guadagnarci devono essere i 130 senzacasa mandati a strillonarlo in tredici città: un euro e 10 lo tengono per sé, sui 3,50 del prezzo di copertina, «e sono precisi al centesimo, portano in redazione i soldi ed è rarissimo che vadano a giocarseli o a berseli, sanno che altrimenti perdono il lavoro…».

Lavoro, già. Perché la terza regola, la più importante, è che comprare Scarp de’ tenis non è fare elemosina: «Alla gente noi offriamo un bel giornale - dice Lampertico - e ai senzatetto un contratto di venditore porta a porta. Questo significa che i nostri venditori possono riacquistare dignità, tornano in relazione col mondo. E avendo un reddito accedono anche ad alcuni diritti come le graduatorie per gli alloggi popolari. Con questo metodo sono passate di qui oltre 700 persone e molte di loro le abbiamo tolte dalla strada».

Poveri invisibili, sei su dieci sono italiani. Disoccupati e papà separati, immigrati e donne sole, l’insospettabile vicino di casa come la famiglia che resta al buio e usa le candele distribuite dalla Caritas: «Dimenticatevi - dice Lampertico - il romantico clochard parigino che ama vivere libero: dormire nei cartoni è terribile e nessuno fa questa vita per scelta». Il caso di Michele, per citarne uno, che ha pernottato dieci anni al dormitorio di viale Ortles e con le vendite del giornale è riuscito a farsi assegnare un monolocale: «Era così spaesato che, i primi mesi, ci portava le bollette senza addebiti: aveva una casa sua, ma non era più abituato a consumare luce e gas». E poi Matteo, che fa il centralinista. Claudio il dislessico, che abitava sui bus della 90. Il tunisino Habib, che prima delle rivolte arabe era un tassista. Salvatore, che in un’altra vita ha fatto davvero il giornalista. L’ivoriano Drissa, ribelle ai caporali degli aranceti di Rosarno. La peruviana Yolanda, che arrotonda come badante…

Per sapere che cosa Dio pensa del denaro, diceva Maurice Baring, basta guardare in faccia quelli a cui lo dà. Quelli che faticano a guardare in faccia chi il denaro non ce l’ha: «L’aporofobia, la paura del povero, è un disagio diffuso - dice Lampertico - che tocchi con mano. Sei scansato, tenuto alla larga. C’è il reddito di cittadinanza, certo, e va bene per chi ha un momento di difficoltà. Ma non è di quei poveri che ci occupiamo noi. Ci sono almeno 50mila senza dimora. A chi interessano, se non votano? Nella fila sono gli ultimi degli ultimi. La loro difficoltà non è momentanea: hanno bisogno d’essere guardati, di ritrovare se stessi».

Ne ha consumate di suole, il mensile degli homeless. Nacque nel ’96 sull’idea del primo giornale di strada del mondo, The Big Issue, 150mila copie stampate a Glasgow e oggi imitate da altri 120 street magazine spuntati ovunque, dall’Australia alla Colombia, dal Sudafrica a Seul. Oggi Scarp de’ Tenis non lo trovate nelle rassegne stampa tv, non sta nelle mazzette dei politici: «Però siamo il solo giornale a cui piace essere copiato. Le inchieste che facciamo noi, qualche mese dopo le ritroviamo sui grandi media». Fu a Scarp che Dario Fo diede l’ultima esclusiva ed è normale trovare in copertina le chiacchierate con Sting o le graphic novel di Dylan Dog.

Lo scoop mondiale ha però una data, marzo 2017: l’intervista concessa da Papa Francesco. Quaranta minuti a Santa Marta, Bergoglio seduto di fronte a Lampertico e ad Antonio Mininni, uomo da marciapiede incravattato ed emozionato. Con una domanda semplice e diretta: Santo Padre, è giusto dare l’elemosina per strada? E una lunga raccomandazione - non lanciate le monete ai poveri come fossero l’osso per un cane - che fa il giro del mondo e diventa un dibattito sulla Cnn e un editoriale sul New York Times: «La potenza d’una risposta a un piccolo giornale - commenta Lampertico - e la dimostrazione che il messaggio conta sempre più del mezzo». Mettetevi sempre nelle scarpe degli altri, disse quel giorno il Papa: lui ne calzava un paio da pochi euro, le stesse di sempre. Anche Charlie Chaplin, raggiunta la celebrità, portava sempre le scarp di quand’era stato povero. Non voleva dimenticarsi chi era, raccontava, e ci camminava molto più leggero.

Francesco Battistini - Corriere della Sera



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