religione

La santità di Giovanni Paolo II, essere vicino all'altro

Redazione

L'intervista a Monsignor Paweł Ptasznik

Cosa vuol dire essere vicino a un santo per dieci anni? Un’esperienza incredibile è quella raccontata a San Francesco patrono d’Italia da Monsignor Paweł Ptasznik, uno dei testimoni della vita di Giovanni Paolo II. Per quasi dieci anni, infatti,  Ptasznik ha incontrato il Santo Padre quasi tutti i giorni. In Vaticano è il responsabile della Sezione Polacca e Slava della Segreteria di Stato della Santa Sede, oltre che rettore della chiesa romana di San Stanislao. Ripercorriamo con lui, allora, la sua esperienza con Giovanni Paolo II, attraverso ricordi, emozioni, sentimenti e immagini del papa polacco che ha segnato la storia della Chiesa il cui ricordo è ancora vivo, oggi. 

Monsignor  Ptasznik cosa voleva dire lavorare vicino a un santo? Come si svolgeva la sua attività al servizio di Giovanni Paolo II?

Ricordo quegli anni come una grande scuola e come un onore grandissimo. Essere accanto a lui è stata per me un’esperienza che non saprei descrivere a parole. Intensa, bellissima! Mi ha dato tanto nel cuore. La giornata si svolgeva così: arrivavo alle dieci della mattina. Il Santo Padre aveva già meditato, prima,  sulla terrazza del Palazzo Apostolico. Alle dieci in punto era nel suo ufficio. Lui si sedeva alla scrivania,  e io mi sedevo accanto a lui e così  iniziavamo a lavorare. Di solito, il nostro lavoro finiva alle undici e un quarto, circa. Il Papa aveva dopo le udienze pontificie per capi di Stato, vescovi e altre persone o gruppi invitati. Venivo quasi tutti i giorni tranne il martedì. Il Santo Padre considerava quel giorno il suo giorno libero. Inoltre, se non c'erano celebrazioni o udienze straordinarie, si lavorava tutti i giorni.

Giovanni Paolo II all’epoca le dettava i testi delle omelie, dei suoi discorsi, dei documenti pontifici. Come avveniva questo lavoro, nell’aspetto pratico? 

Il lavoro di dettatura cominciò nel 1994. Giovanni Paolo II cadde e si fratturò un braccio. Era impossibile per lui, dunque, scrivere da solo. Ma rimaneva in lui forte il desiderio e la volontà  di continuare comunque a preparare eventi e riunioni, discorsi, personalmente. Gli fu suggerito, allora, la modalità della dettatura. Alla fine, però, anche quando si ristabilì da questo incidente, decise che preferiva continuare a dettare. In questa maniera poteva essere più produttivo e veloce. Era un uomo, un papa che amava non perdere tempo, per lui la vita doveva essere un continuo portare frutto. Il lavoro si svolgeva in questo modo: dopo un breve personale saluto - mi chiedeva sempre della mia vita, dei miei genitori che aveva conosciuto in Vaticano  - quando era già seduto alla scrivania, chiudeva un attimo gli occhi e pregava brevemente. Più tardi parlava con calma, senza fretta, in modo che potessi scrivere le sue parole. Dopo ogni paragrafo, chiedeva di rileggere il testo. In effetti, questi testi non richiedevano alcuna correzione e questo era piacevole per me. Ciò che mi ha sempre sorpreso e affascinato di lui è stata la sua umiltà. Incredibile. Ad esempio, molte volte, mi chiedeva, dopo aver finito di dettare il testo: "Cosa ne pensi?" All'inizio ero  rimasto scioccato dal fatto che io, un prete qualunque, dovessi dire quello che pensavo del testo del Papa. Ma ho subito capito che non era una domanda educata. Il Santo Padre si aspettava collaborazione e valutazione onesta. Era la sua attenzione verso l’altro, verso chi aveva davanti e aveva  anche un senso di responsabilità per la parola. Voleva consultare, avere le altre opinioni, discutere le questioni e confrontarsi sempre con punti di vista differenti.  Voleva entrare nell’animo degli uomini che incontrava perché in loro vedeva Cristo. La sua santità era nelle grandi cose come in quelle piccole, quotidiane.

La santità di Giovanni Paolo II. Se qualche giovane le chiedesse in cosa consista, quale risposta darebbe? 

Semplicità, sensibilità verso le altre persone, delicatezza nei rapporti con gli altri. Era molto gentile e attento ad ogni essere umano. Quando incontrava qualcuno, dava a quell'uomo tutta la sua attenzione, non importava chi fosse. Era un grande ascoltatore, soprattutto perché voleva davvero comprendere il mondo dell’altro. Aveva tra l’altro una capacità unica di ricordare persone, eventi e nomi. Era stupefacente. E poi quella santità nelle grandi cose, come la sua dimensione mistica: fu uomo di preghiera che per lui era un dialogo costante con Dio. Quello che si scrive per San Francesco, “l’uomo fatto preghiera” ricorda molto il suo rapporto con la vita che diveniva preghiera continua.   Era completamente, fiduciosamente devoto e legato a Cristo. Il suo affidamento a Gesù, attraverso Maria nello spirito del "Totus Tuus", non è stato solo uno slogan, bisogna ricordarlo. Ma è stato uno stile di vita e di servizio per tutta l’umanità.

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