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'E non abbandonarci alla tentazione': Il Padre Nostro cambia a fine anno

Gian Guido Vecchi - Corriere della Sera Pixabay

Il nuovo Messale sarà pubblicato dopo Pasqua, che quest’anno cade il 12 aprile, ma la data da segnarsi per i fedeli è il 29 novembre, prima domenica di Avvento: da allora, in tutte le chiese italiane, sarà obbligatorio recitare il Padre Nostro nella nuova traduzione definita dalla Cei, nella quale si dice «non ci abbandonare alla tentazione» e non più «non ci indurre in tentazione».

La traduzione

Non si tratta, naturalmente, di cambiare il Padre Nostro: i Vangeli sono scritti in greco e il testo originale della preghiera di Gesù è immutabile. Il problema, non solo in Italia, è piuttosto la traduzione, come rendere quella voce verbale che si legge nel Vangelo di Matteo (6,13), riferimento della tradizione liturgica: eisenénkes , dal verbo eisféro, che per secoli è stato tradotto con l’«inducere» latino della Vulgata di San Girolamo, da cui l’ «indurre» italiano. Questione delicata, perché tutti hanno imparato fin da piccoli a dire «e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male». Solo che «questa è una traduzione non buona», aveva spiegato alla fine del 2017 Papa Francesco: «Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, aiuta ad alzarsi subito. Chi ci induce in tentazione è Satana, è questo il mestiere di Satana». Così, aveva aggiunto, «il senso della nostra preghiera è: “Quando Satana mi induce in tentazione tu, per favore, dammi la mano, dammi la tua mano”».

Opuscoli per i fedeli

Certo non si può chiedere ai fedeli, per andare sul sicuro, di fare come Simone Weil, la filosofa che recitava ogni mattina il Padre Nostro in greco. Così i vescovi hanno discusso sulla traduzione che si avvicinasse di più al testo evangelico. E alla fine si è deciso per la versione, «non ci abbandonare alla tentazione», già scelta dalla Cei nell’edizione della Bibbia del 2008. Con la pubblicazione della terza edizione del Messale Romano, dopo sedici anni di lavoro, la formulazione approvata in Vaticano entra nell’uso liturgico. L’arcivescovo Bruno Forte, del Consiglio permanente della Cei, spiega che fino al 29 novembre ci saranno sussidi ed opuscoli per aiutare i fedeli a prendere familiarità con la nuova traduzione, come già accadde nel 2017 in Francia , dove nelle chiese si è cominciato a dire «ne nous laisse pas entrer en tentation». Cambierà anche la versione del Gloria: «Pace in terra agli uomini, amati dal Signore».

Gian Guido Vecchi - Corriere della Sera