francescanesimo

San Francesco ribelle, il moralismo è guerra!

Redazione

La composizione di Aurelio Picca

Basilica Inferiore (Le differenze)

«Intanto il cielo», dissi al custode che sbarrava lo scalpiccio; e dissi che nel visitare sta la differenza. E' pregare: come seppero i Re Magi; come chi va dal malato; chi al mistero; chi dall'amico e chi giunge qui da codesto Principe senza corona, che la corona ha gettato non nella polvere ma nel cielo quale unico dipinto. Dico di Colui che è qui: racchiuso tra le pietre. Solo grata di ferro per accerchiare a sé l'umiltà; la stessa perduta dal mondo ostile al cospetto di questo cielo del magnifico frescante. E ogni differenza fa giù e su per i 49 scalini e tutto ha inizio e fine nel pane duro dimenticato dai poverelli per contemplare la luce. Francesco, cinto dagli amici, cavalieri senz'armi, è un pugiletto che ci mette ko con una carezza. E' fatto di cenere, eppure sa richiamare nel ventre suo piccolo il mondo grande. E tenerlo a cuccia come un cane neonato. In cima invece ai 49 gradini le differenze svaporano nel Cristo alato che abita sé. Non aspetta. Non riceve. È. Punto e basta.

Oratorio San Francesco piccolino (Differenze nel percorso di fede)

Uniti e spezzati; con l'anima e senza; gai e affranti; sani e malati; ignudi e miserabili; tristi e sorridenti; neri e bianchi; poveracci e ricchi; assassini e stupratori; illibati e pornografi; giusti e maledetti; morali e immorali. Fu San Paolo strozzino e esattore cinico; fu Giuda traditore; fu Pietro: pietra e Padre; fu Maddalena: prostituta; fu l'ateo convertito in punto di morte; fu quella ragazzina folle di Teresa d'Avila; fu l'adoratore di Cristo; fu il bestemmiatore; fu il nonno buono; fu la nonno buona. Fu il miracolo; il miracolato; lo scettico rancoroso e lo scettico tocco di mente. Fu colui che nega per avarizia; fu chi nacque con la verità; abitò qui accanto, a questo giaciglio di escrementi, il papà di Francesco. Fu Francesco stesso guerriero; fummo noi esiliati dalla Grazia che ci interroghiamo per paura di inciampare sulle ossa di una formica.

Eppure la vita va. Come fosse una stupida canzonetta.

Chiesa di San Damiano (Differenza come dono e talento)

Se dal grembo si dona e si donò l'Altissimo, non sappiamo se mai il grembo sempre adorato produca doni per l'infinito e all'infinito.

Il grembo della madre e della Madre nostra è sempre insieme dono e talento. E' sorgente. Vita. Il grembo dunque contiene e regala, ma la grazia del talento si giudica nel soffio o sfioramento del concepire e non nel concepito. Infatti solo l'Altissimo fu dono e talento. E' nel mare prenatale che le vele si issano e alzano pure senza vento: guidando la rotta in direzione del mondo. O contro il mondo. Infatti doni e talenti il mondo riceve ma poco o nulla conserva nella sua superba mostruosità. Allora ci resta in dote solamente la Madre che si strugge nel partorire dono e talento. Si prodiga non sapendo che solo Ella nasce per guidare ciò che l'urlo del mondo dissolve.

Santa Maria degli Angeli e Porziuncola (Le differenze della fede)

Questa casa piccola. E questa casa grande. Questa casa piccola dentro la casa grande. La casa grande che tiene nella gabbia toracica la casa piccola. E la casa piccola che pare quella dell'asilo che sta dentro un palazzo con una sola grande sala da pranzo. La porzione di cibo piccola. Nello stomaco grande. I coriandoli nel Carnevale della fede lanciati sul prato di Chiara e Francesco rubati dalla luce fino a conservare un solo, unico, immenso, divino, coriandolo accecante.

I coriandoli precipitati dal Carnevale del cielo che fece dimenticare ai cuginetti di mangiare i pezzi di pane come ossa sotterrate. La piccola casa, la casetta, dentro la galassia che gira e ruota e si perde e infine si ritrova saldata come sorella a sorella in porzione di casa piccola.

E casa grande.

Eremo delle Carceri (Differenza tra contemplazione e azione)

Distruggere lieve anche le querce e lasciare l'ombra sul campo. Sfinirsi di acqua e radici. E, muto, combattere la morte del corpo dormendo in questo giaciglio di pietra mentre il cielo è livido. Fino a quando le membra incarcerate si liberano in volo e il volto scompare. Di contro, gli zoccoli dei videoturisti agiscono in una azione beffarda: nella illusione di accrescere la vita. Dovrebbero spostare con esattezza le montagne e ricostituire la fiera delle lotte che spingono i corpi alla conquista della gioia.

Gioia e gioia, dunque, tra contemplazione e azione.

Il cavallo del Principe galoppa.

Il Cavaliere si ferma smemorato dal silenzio.

Tempio di Minerva (Differenza tra morale e moralismo)

Quasi nel buio argentato del trapasso degli Dei, non scambiamo le colonne che puntano il cielo di Giotto per gambe vertiginose e snodate a piena pagina. Minerva dei pagani si piega a Dio nostro e ne spalanca la porta del petto per scacciare ogni dubbio ipocrita sui moralisti scodellati dal tempio come minestra avariata.

Il moralismo è guerra!

Dunque la Dea si prostra al cuore della Vittoria facendo in mille pezzi il suo scudo. È placida ora la pace. È santa. È nostra. È corpo fatto di grano la morale del padre al figlio cocciuto che scambia la stoppia per la bontà del frumento. Minerva non può che inchinarsi alla Madonna. E le colonne che aprono e chiudono le membra sono le ancelle del Cielo, del pane profumato. Del giusto. Lontane e incastrate nel mondo.

Chiesa di Santo Stefano (Le differenze fra vita e morte)

Solo gli stolti e i bugiardi si illudono che nella vita

non ci sia la morte. E che la morte non sia vita.

Coloro che vedono sanno che in vita i morti li abitano

e che la brevità sta nello staccarsi dalla Croce

come quando si ama all'unisono.

Staccarsi dalla croce è gioia che plana nella morte.

E si intravvede la luce che sarà priva del corpo

proprio perché lievitata dal corpo disfatto.

Ecco, nel disfacimento si coglie la luce

e ci si perde nella morte rimanendo in vita.

In morte, anche nel silenzio, abiteremo un colore.

Forse l'unico che unisce vita e non vita.

Il suo nome non ci è dato saperlo.

Qui il colore è di camino annerito.

Che fu passaggio di fiamma e fuoco ardente.

Aurelio Picca
(pubblicato su Il Giornale, 19-01-2020) 􏰬􏰆

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