francescanesimo

L’ago della bilancia

Felice Accrocca

Una lettura inedita del Crocifisso di San Damiano

L’esperienza interiore vissuta dal giovane Francesco all’interno della chiesa di San Damiano, quando «egli sentì nell’anima ch’era stato veramente il Cristo crocifisso a parlare con lui», è un aspetto su cui si è più volte soffermata l’attenzione storiografica. Non può tuttavia sfuggire l’evidente sperequazione tra gli studi di storia — innumerevoli — e quelli di iconologia, volti a comprendere la meditazione del teologo-iconografo. Un’inversione di tendenza sembra in qualche modo registrarsi in questi ultimi anni, dopo il volume di Milvia Bollati pubblicato nel 2016, e quello attuale di monsignor Crispino Valenziano, edito nell’ottavo centenario dell’incontro di Francesco con il sultano al-Malik al-Kāmil. Peraltro, il lavoro d’indagine sulla cosiddetta icone di San Damiano si deve oggi confrontare con i contrastanti esiti del restauro effettuato da Rosalia Alliano su mandato della Regia Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie dell’Umbria, tra il 7 gennaio e il 15 maggio 1939, intervento che ha finito per alterare alcuni tratti del Crocifisso: come infatti osserva Valenziano, nella circostanza la restauratrice «lavorò con soverchia buona intenzione e buona volontà, ma insufficiente tecnica e insufficiente esperienza».

Il discorso va progressivamente dipanandosi come una meditazione per viam pulchritudinis, sostenuta dalla trama biblica e dalla letteratura patristica — sia d’Oriente che d’Occidente — e francescana, bonaventuriana in particolar modo. Ebbene, in questo libro, per la prima volta — lo sottolinea Cettina Militello — «viene indicata come soggiacente all’iconografia del Crocifisso di San Damiano l’iconologia mutuata dell’inno kenotico della Lettera ai Filippesi» (2, 6-11). Dunque, un percorso di abbassamento e innalzamento, discesa e risalita, svuotamento e pienezza, che trova il suo alimento nella teologia siro/cappadoce. È l’intuizione fondante che sorregge tutto il lavoro.

Vanno segnalate però anche altre intuizioni non meno nutrienti per una lettura sapienziale, capace di riflettere l’eccedenza dell’opera: una bellezza che deve riverberarsi nella luminosità della vita, capace di guardare uomini e cose con lo stesso Amore con cui l’occhio sinistro di quel Cristo di San Damiano guarda tutti noi dall’alto della croce. Sapientemente, Valenziano infatti segnala che «il Salvatore in croce stende le sue braccia a fare bilancia del suo Corpo inchiodato. L’occhio sulla guancia di sinistra del Crocifisso è perno per l’inclinazione dell’un lato o dell’altro»: le braccia del Cristo, in posizione innaturale (cosa che l’iconografo sa bene), si protendono a mo’ di bilancia, la quale trova il suo ago nell’occhio sinistro del Cristo, traduzione visiva di quanto si legge nell’inno Vexilla regis di Venanzio Fortunato, che tuttora cantiamo nella Liturgia delle Ore ai Vespri della prima parte della Settimana Santa.

Sulla croce, Cristo statera facta est corporis: è «nel secolo vi — osserva Valenziano — che si è affermata la doppia tipologia della croce “albero” e della croce “bilancia”». Dal momento che la bilancia richiama il giudizio, secondo la teologia giovannea anche la croce vi si lega: e attraverso la voce di Leone Magno – «il Dottore “liturgico”, encomiasta della “dignità” dell’uomo» — riverbera nel volume il testo evangelico «Ora è il giudizio di questo mondo» (Giovanni 12, 31). Se ne trova la riproposizione nella liturgia, nel Prefazio della Passione del Signore i, proclamato nella settimana v di Quaresima. Anche tra le invocazioni suggerite per l’atto penitenziale durante la messa nel tempo di Quaresima, si trova la seguente: «Signore, che ci sottoponi al giudizio della tua croce, Kyrie, eleison». Dall’alto della croce il mondo viene giudicato e quell’occhio sinistro del Cristo, che «nella icone sta al centro di tutte le coordinate», vero ago della bilancia, «si fa carico del misericordiosissimo “giudizio”».

Ugualmente ricche di suggestione sono poi le annotazioni di Valenziano riguardo all’orecchio: «L’icone — rileva infatti — porta dipinto un solo orecchio, l’orecchio limitrofo all’occhio “centrato”. Ed è orecchio proteso all’ascolto, direi, anch’esso “centrato” stando inclinato, invitante a protendere gli orecchi di noi che vediamo il Signore in croce». Il Cristo che dall’alto della croce tutto vede e giudica con Amore, è Colui che tutto il creato sostiene sulle sue spalle. Nelle iconi del Cristo, sottolinea Valenziano, «quando i capelli gli si appoggiano sulle spalle — sulla fronte è segnaletica altra — stanno a indicare il carico dell’umanità che gli gravita addosso».

E qui, secondo un’iconografia consueta, vanno disponendosi in sei ciocche distinte, ricordo dei primi sei giorni della creazione, nel corso dei quali Iddio terminò le opere sue; il Verbo che, increato, lavorò insieme al Padre nell’opera della creazione, ora, incarnato, nel suo mistero pasquale di discesa e risalita, di svuotamento e di pienezza, ricrea di nuovo ogni cosa con la potenza della sua Parola. In questi particolari si coglie ancora una volta una raffigurazione soggiacente alla teologia giovannea, che — facendo iniziare e terminare la passione-risurrezione di Cristo in un giardino (cfr. Giovanni 18, 1; 19, 41) — presenta il mistero pasquale del Cristo come una nuova creazione.

E veniamo ora al linteum che cinge i fianchi del Cristo, maldestramente ritoccato nel 1939. L’autore lo sottolinea con forza: quel panno di lino non ha nulla a che fare con il pudico rivestimento del Cristo nudo sulla croce, né richiama l’efod indossato dai sacerdoti dell’antica Alleanza. È invece, «simbolicamente, un vero e proprio asciugatoio di lino che in una tradizione orientale a suo modo liturgica, copto-siriaca, né soltanto, intende rammemorare l’asciugatoio di lino della “lavanda dei piedi” nell’ultima sera»; se ne trova un esempio a Roma, «nella analoga formella della porta costantinopolitana (anno 1070)» nella basilica patriarcale di San Paolo fuori le mura: una «tradizione mistagogica innestata sull’Apocrifo di Nicodemo».

«Signore e giudice della storia», autore della prima e della nuova creazione nel suo movimento di discesa e risalita che la nostra icone narra con straordinaria eloquenza e bellezza, il Figlio di Dio si è fatto servo dell’uomo. Quel volto che Francesco si trovò a contemplare un giorno nella chiesa campestre di San Damiano era il medesimo volto che aveva cominciato a riconoscere nei lebbrosi piagati dal morbo (lo lascia intuire egli stesso, nel suo Testamentum); e quel volto del Crocifisso, che rifletteva il dolore trasfigurato del Maestro divino, lo mise «in condizione di comprendere l’unicità nel dolore dell’umanità in Cristo».

da L'Osservatore Romano 

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