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Al Bano e il vescovo Domenico: dialogo all’ombra del presepe

Redazione Redazione Rivista San Francesco

Ultimo incontro per le piazze di Francesco 

È stato un dialogo all’ombra del presepe quello di Al Bano con il vescovo Domenico, svolto con la complicità di padre Enzo Fortunato, Direttore della Sala Stampa Sacro Convento di Assisi, nella chiesa del santuario francescano di Greccio. A offrire l’occasione, l’ultimo appuntamento di “Le piazze di Francesco”, un ciclo di incontri in vari luoghi d’Italia per celebrare i 100 anni della rivista «San Francesco». Il punto di partenza, ovviamente, è stato la grotta che vide il Poverello dare vita alla prima rievocazione della natività, la stessa in cui papa Francesco ha firmato la lettera Admirabile Signum sul significato e sul valore del presepe.

 

«Il Papa – ha spiegato mons Pompili – descrive questa tradizione che si è diffusa in tutto il mondo e ha assunto i linguaggi più diversi», nel cui cuore si trova «il contrasto tra il buio della notte e la luce che il Bambino rappresenta».

 

«Bambino – aggiunge Al Bano – di fronte al quale bisognerebbe ricominciare tutto daccapo». Il cantante parla della nostalgia che si prova ripensando a quando si viveva con maggiore partecipazione il momento di fare il presepe: «Si aspettava perché in ogni casa, con Gesù, nasceva la speranza in un mondo migliore. Questa speranza oggi è venuta meno, ma ce n’è bisogno: il presepe è la costruzione della casa di Cristo nella propria casa».

 

«Oggi è il presepe del consumismo totale, allora era il presepe dei valori», ha notato ancora Al Bano, offrendo a mons Pompili lo spunto per una riflessione sul senso della festa, che «è una cosa diversa dal tempo libero e dal non lavorare. La festa ha di suo la capacità di coinvolgimento: non si può far festa da soli, bisogna farlo insieme, gomito a gomito, ed è questo, credo, quello che san Francesco sperimentava, voleva che partecipassero tutti, compresi gli animali». Mentre oggi, pare ci si perda nella forma esteriore, finendo con il vivere più la frenesia dei preparativi che la festa vera e propria. Mentre la festa si realizza quando ci si ritrova, «Deve nascere dentro di te e dentro gli altri – ha chiosato Al Bano – vivere la festa è passare una giornata in odore di santità!». Ragionando sul perché la festa sembra oggi meno viva, don Domenico ha poi notato che «Letizia viene da letame e il letame parla di ciò che è fecondo: noi abbiamo sterilizzato un po’ troppo la vita e forse per questo abbiamo perso la freschezza della gioia».

 

Al dialogo si alterna il canto di Al Bano e, a proposito di generatività, il primo è dedicato a Maria. Quindi il discorso ha preso in esame l’emozione che si prova davanti al presepe, a partire dai sentimenti provati dallo stesso Francesco nella mistica notte del Natale 1223, quando si ritrovò “pieno di pietà, bagnato dalle lacrime e traboccante di gioia”. «L’immagine del presepe evoca il coinvolgimento emotivo che anche gli adulti sperimentano», ha spiegato mons Pompili, aggiungendo che forse è anche «nostalgia per le cose che frettolosamente abbiamo messo via».

 

La seconda esibizione canora di Al Bano tira in ballo un altro santo: Alfonso Maria de’ Liguori, autore di “Tu scendi dalle stelle”. Come san Francesco, ha notato padre Enzo Fortunato, anche sant’Alfonso voleva che la Chiesa si avvicinasse alle persone per farle rinascere. «È quello che un altro Francesco ci sta insegnando a fare oggi», ha aggiunto mons Pompili: «azzerare le distanze, andare incontro, andare verso, non aspettare a braccia conserte. La Chiesa deve farlo recuperando un linguaggio pop, perché ha un po’ troppo intellettualizzato, reso troppo cervellotico il messaggio, mentre la fede o passa attraverso l’immaginazione e coinvolge interiormente o resta all’esterno». Un coinvolgimento che invece appartiene sia al presepe che alla musica, perché con essi «riusciamo a dire quello che è la profondità del mistero della vita».

 

 

 

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