cronaca

Giornata memoria: Placido Cortese il francescano che salvò gli ebrei

fra Giorgio Laggioni OFMConv Messaggero Sant Antonio

Martire francescano ucciso dai nazisti

Padre Placido Cortese (Nicolò al battesimo) nasce il 7 marzo 1907 a Cherso, isola nel golfo del Quarnaro, oggi territorio della Croazia. Nel 1920 entra tredicenne nel collegio di Camposampiero dei Frati Minori Conventuali e con il nome di fra Placido compie l’anno di noviziato a Padova, nel convento del Santo. Il 10 ottobre 1924 emette i voti temporanei, confermati con la professione solenne il 4 ottobre 1928 nella basilica di San Francesco in Assisi. Al Poverello, alla sua città e alla basilica che custodisce la sua tomba, dedicherà negli anni della maturità pensieri e scritti che testimoniano del suo genuino spirito francescano. Compiuti gli studi a Roma, nel collegio internazionale dell’Ordine, viene ordinato sacerdote il 6 luglio 1930.

Dopo una prima esperienza ministeriale nella basilica del Santo a Padova, alla fine del 1933 viene inviato come viceparroco nella parrocchia B.V. Immacolata e S. Antonio di Milano. Viene quindi nuovamente chiamato a Padova all’inizio del 1937, con il prestigioso incarico di direttore del Messaggero di sant’Antonio: per quasi sette anni si dedica con grande versatilità e impegno alla promozione della rivista dedicata alla conoscenza e alla devozione al Santo di Padova, raddoppiando il numero degli associati e realizzando nel 1939 la nuova tipografia.

Durante gli anni della seconda guerra mondiale, dall’allora Nunzio apostolico in Italia e Delegato pontificio per la basilica di Sant’Antonio, monsignor Francesco Borgongini Duca, padre Placido viene incaricato di assistere gli internati sloveni e croati, rinchiusi nel campo di concentramento di Chiesanuova, alla periferia di Padova, e in altre parti d’Italia (1942-1943), fornendo cibo, vestiario e medicinali, ma in particolare la sua premurosa presenza di sacerdote e di francescano. Nella “piccola Jugoslavia di Chiesanuova” e altrove, in contesti difficili, di acuta sofferenza e non privi di rischi, padre Placido passa come un angelo di carità e la sua opera è definita “sovrumana”.

Dopo il crollo del fascismo e il fatidico 8 settembre 1943, con la conseguente occupazione tedesca, padre Cortese indirizza la sua attività assistenziale e caritativa verso i perseguitati politici, gli ebrei e i militari alleati prigionieri o ricercati, diventando il punto di riferimento più importante, nella zona di Padova, del “Fra.Ma”, organizzazione clandestina sorta durante la Resistenza, facente capo ai docenti universitari Ezio Franceschini (Fra) e Concetto Marchesi (Ma), esponendosi così a gravi pericoli.

L’8 ottobre 1944, padre Cortese è attirato, con l’inganno, fuori del complesso antoniano e catturato dai nazisti. Portato nella sede della Gestapo di piazza Oberdan a Trieste, viene sottoposto a ripetute e brutali torture per estorcergli informazioni. Ma padre Placido oppone un eroico silenzio e si aggrappa alla preghiera che sarà il suo unico sostegno, per settimane, giorno e notte. Alla fine viene ucciso, verso la metà di novembre del 1944. Il corpo martoriato finisce nel forno crematorio della tristemente famosa Risiera di San Sabba, campo di sterminio nazista a Trieste.

Solo dopo cinquant’anni, grazie ad alcune preziose testimonianze, si saprà con certezza che cosa era accaduto a padre Cortese: con il suo “martirio” emergerà anche il giusto riconoscimento delle sue virtù umane e cristiane, praticate in vita e in morte, spinto in ogni circostanza dalla carità di Cristo. “Caritas Christi urget me”, aveva scritto in una lettera, applicando a se stesso le parole di san Paolo ai Corinzi (cf. 2Cor 5,14).

La causa di beatificazione, aperta a Trieste nel 2002, è giunta al riconoscimento delle sue virtù eroiche: il 30 agosto 2021 Papa Francesco lo ha dichiarato Venerabile.

Tra i molteplici riconoscimenti attribuitigli, risaltano la Medaglia d’oro al merito civile (“fulgido esempio di alti valori cristiani e di dedizione al servizio della società civile”), conferita alla sua memoria nel 2017 dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che nel febbraio 2020 ha reso omaggio a padre Placido durante la sua visita alla basilica del Santo), e la pietra d’inciampo collocata nel luogo del suo arresto, davanti alla basilica del Santo a Padova, nel contesto delle celebrazioni per la Giornata della memoria 2021. Padre Placido Cortese è riconosciuto tra le vittime dello sterminio nazista, non per ragioni razziali o altro tipo di discriminazione, ma per il suo prodigarsi in favore dei discriminati, degli oppressi e dei perseguitati.

Le pubbliche attestazioni del suo coraggio e delle sue virtù siano preludio al riconoscimento della santità e del martirio di questo francescano mite e audace.

Affascinato dal Santo di Assisi dalla sua basilica
Padre Placido Cortese seppe onorare i tratti caratteristici del carisma francescano: semplicità, umiltà, affabilità, serenità nel vivere situazioni difficili e complicate… Affascinato molto presto dall’ideale di san Francesco, uomo di pace e di fraternità, di fronte agli orrori della guerra civile spagnola e al profilarsi di altre tragedie, così scrisse nel Messaggero di sant’Antonio (ottobre 1937): “Dal lontano 1226 a oggi le folle ascendono il mistico colle del Paradiso a chiedere, in umiltà, a lui povero, ricchezza di beni celesti. E in questi giorni paurosi, quando tutti i popoli vivono nell’incertezza e vedono prendere piede ideologie capovolgitrici dell’ordine e della morale, noi sentiamo il bisogno di invocare il ritorno di santo Francesco tra le folle ch’egli conobbe ed amò. Venga santo Francesco e ripeta gli accenti appassionati del suo cantico ai fratelli in guerra, e canti ancora: Beati quelli che perdonano per lo tuo amore. Quando esula da questa terra l’amore di Dio è l’odio che impera: l’odio che distrugge, l’odio che calpesta ogni legge, la più sacra. Preghiamo san Francesco che ritorni con lui a regnare in questo mondo l’amore”.

La basilica di San Francesco, poema di fraternità
“Una visione meravigliosa si presenta davanti ai nostri occhi quando pensiamo a san Francesco: la sua basilica d’Assisi. Non c’è poema più bello di questa chiesa che sorge maestosa sul colle del Paradiso, meta sospirata di cercatori di pace, di studiosi, di poeti. Si va in Assisi per godere questo spettacolo, per portare via qualcosa di san Francesco. Il mondo oggi ha bisogno di lui e lo chiama perché ritorni a dire a tutti la parola di pace, a insegnare la vera fratellanza in Cristo di tutti i figli della terra”. (Messaggero di sant’Antonio, ottobre 1938).


Pietre d’inciampo, il futuro non si cancella
Le Pietre d’inciampo – in tedesco Stolpersteine – sono un’iniziativa dell’artista Gunter Demnig per deporre, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. Una piccola targa d’ottone, delle dimensioni di un sampietrino, viene posta davanti all’abitazione o al luogo di deportazione di chi è stato vittima dei nazisti. Nome, cognome, data di nascita, cattura e morte per ridare individualità a coloro che si volevano ridurre solo a numeri. Si tratta di un “inciampo” visivo e mentale, non fisico, per invitare a riflettere chi si imbatte, anche casualmente, nell’opera.

L’espressione “pietra d’inciampo” è mutuata dalla Bibbia (Isaia e prima lettera di Pietro) e ripresa dall’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: “Ecco, io pongo in Sion una pietra d’inciampo e un sasso che fa cadere; ma chi crede in lui non sarà deluso” (Rm 9,33).

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