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Un saio francescano tra le macerie dell’11 settembre 2001

Antonio Tarallo
Foto: web

Tutti ricordiamo dove eravamo. Tutti ricordiamo cosa stavamo facendo. E tutti ricordiamo con chi eravamo, quel giorno che è divenuto uno spartiacque per la Storia del Mondo. 11 settembre 2001. Indelebile la data, indelebili quelle immagini terrificanti di morte, di fiamme, di vetri e acciaio ritorti. Quante storie incrociate nelle due torri che quella mattina si accartocciarono su sé stesse come castelli di carte. Vite e famiglie, volti e corpi, intrecci di biografie che si sono spente quel giorno, in un attimo.

Fra queste, ce n’è una particolare, quella di padre Mychal Judge, frate francescano, cappellano dei pompieri di New York. Un saio tra le macerie. Una testimonianza di santità, quotidiana. “Chi fa il pompiere sa che in questo lavoro ci sono giorni buoni e giorni cattivi ma mai giorni noiosi. Voi fate ciò che Dio vi ha chiesto di fare. Andate, mettete un piede di fronte all'altro e svolgete una mansione che è mistero e sorpresa. Quando vi chiamano in azione non avete idea del perché ma è Dio che vi chiama. Amatevi, lavorate assieme”. Lo aveva detto il giorno prima di morire, fra Mychal, durante la celebrazione di riapertura di una vecchia stazione di pompieri nel Bronx.

Emmet Judge – il nome prima dei voti di fra Mychal – nasce a Brooklyn nel 1933. Figlio di genitori immigrati dalla contea irlandese di Leitrim. Muore il padre, quando Judge ha solo sei anni. È tempo di rimboccarsi subito le maniche, così per aiutare la madre e le due sorelle, il piccolo irlandese pulisce le scarpe alla Pennsylvania Station e accetta i lavori più umili. Ma la vocazione sacerdotale era stata sempre presente nella sua vita, come afferma la sorella gemella Dympna. A 15 anni entra nell'ordine dei Francescani. A 27, prende gli ordini e le prime parrocchie sono fra le più povere del New Jersey, a East Rutherford e West Milford, dove si trova a occuparsi di comunità afflitte dai suicidi di giovani e dalla dipendenza dall'alcolismo.

Nel 1986, padre Mychal viene assegnato alla chiesa di San Francesco d'Assisi. Si trova sulla 31° Strada di Manhattan, vicinissimo alla stazione dei pompieri di New York. Nel 1992, ne diventa il cappellano, confessando: “Ho sempre voluto essere un prete o un pompiere, ora sono entrambi”.

Il frate francescano era sempre vicino agli ultimi, agli emarginati della Grande Mela. Si occupava molto dei giovani, dei dipendenti da alcool o da droga. Il suo impegno l’occupava ventiquattro ore su ventiquattro.  Era un servo di Dio che viveva il suo ministero in completa abnegazione di sé stesso. Riceveva – così dicono le testimonianze – in media, al giorno, circa una cinquantina di telefonate da parte dei suoi parrocchiani. Fino a quando l’11 settembre 2001 decise che la sua missione sulla terra era finita.

11 settembre, ore 8.50 del mattino. Il primo aereo, dirottato da Al Qaeda, si schianta su una delle torri del World Trade Center. Padre Judge si lancia a bordo dell'autobotte n. 1 sulla 31° strada. Deve correre per dare l’estrema unzione a un pompiere gravemente ferito. Ed è proprio in quel momento che lui stesso trova la morte, diventando per gli annali di Storia la vittima n. 0001 della grande tragedia americana che segnerà  – per sempre – la Storia mondiale.

“Quella terribile mattina lo incontrai a pochi passi dalle Torri e gli dissi, ‘padre, preghi per tutti noi’. ‘Già fatto, signor sindaco, e continuerò più tardi’, mi rispose. E corse dentro a una delle Torri con gli altri pompieri. È l'ultima volta che l'ho visto”. La testimonianza è di Rudolph Giuliani, l’allora sindaco di New York. 


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24 gennaio 2020 17:24