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Il commento, padre Enzo Fortunato: ho incontrato il cuore dell'Islam

Enzo Fortunato Redazione online

Entro in piazza Maggiore, a Bologna, con in testa la melodia sognante di una canzone di Lucio Dalla: “ma quando ho fame di briganti come me, qui non ce n’è”. Ehi, brigante Lucio – penso mentre lo sguardo spazia dalla facciata di san Petronio al palazzo comunale – se fossi stato qui con noi, oggi la tua città ti avrebbe sorpreso e incuriosito, come in quelle mattine in cui ti alzavi tardi e parlavi con “i tanti amici intorno a te innamorati in piazza Grande”.

 

Sono migliaia, oggi, i “briganti come te” in città. Giovani curiosi con la testa all’insù e la mente attenta, ragazzi dell’università che, come ha detto Monsignor Zuppi, arcivescovo di Bologna “sono i soli a poterci salvare perché hanno ancora l’entusiasmo della concretezza”.

 

Aprono il navigatore e vanno, da una chiesa a una piazza, da un seminario a un’aula. Forse non vivono ancora, o non vivranno mai, quella che Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di sant’Egidio, ha definito la “paura della storia che spinge a moltiplicare le difese, a fortificare le identità e i propri spazi, ad attaccare, a parlarsi duro”.

 

Nelle vie che dalle torri divergono verso la cerchia dei viali, questa Bologna “grassa dotta e rossa è un susseguirsi di angolini in cui la mente ritrova se stessa.

 

Ci sono anche tanti chiostri raccolti e quieti: in uno di questi, ripenso a un altro brigante, a quel san Francesco d’Assisi che un giorno disse ai suoi frati: “il mio chiostro è il mondo”. Passo di chiostro in chiostro e di piazza in piazza, e mi sovviene allora un episodio bolognese della sua vita.

 

Dicono le fonti che, all’arrivo di Francesco nella città felsinea, la calca era tanta che a malapena riusciva a entrare in piazza: predicava così bene che sembrava “più un angelo che un uomo” e le sue parole come “saette acute” trapassavano il cuore. In mezzo a quella folla, c’erano anche due giovani studenti che sarebbero diventati frati.

 

Ritrovo qua, otto secoli dopo, la marea di uomini e donne che pendeva dalle labbra di Francesco: un fiume di gente che attraversa Bologna per ascoltare i rappresentanti delle religioni del mondo. Osservo le forme e i colori dei loro copricapi: ci sono gli zuccotti dei vescovi cattolici, i kufi degli imam musulmani, i kippah dei rabbini ebraici e i turbanti degli induisti. Sono così umani quei pezzi di stoffa, così multicolori e gioiosi nella loro semplicità mentre si avvicinano e colloquiano: sono la rappresentazione esteriore del concetto di interreligiosità, testimoniano la meravigliosa diversità degli uomini, affermano l’unicità di ognuno di noi, che nasciamo originali e non vogliamo morire fotocopie, e, allo stesso tempo, incarnano il comandamento biblico dell’“ama il prossimo tuo come te stesso”.

 

Partecipo a un panel che si chiede come fare a raccontare il mondo comunicando la pace. Dopo l’incontro, mi accoglie nel suo studio Ahmad al-Tayyib, Grande Imam di al-Azhar: gli dono il calendario francescano, che propone uno degli avvenimenti più importanti che vivremo il prossimo anno: gli 800 anni passati dall’incontro tra san Francesco e il sultano Malek al Kamel, avvenuto a Damietta, in Egitto.

 

Mi invade la consapevolezza di stare parlando con un uomo buono. E dove c’è un uomo buono – penso – c’è sempre speranza. Il Grande Imam mi dice che, in arabo, il suo nome significa “bontà”, e mi racconta che la cultura islamica desidera impegnarsi per divulgare i valori della pacifica convivenza. 


Quanto è lontano l’Islam violento degli attentati terroristici che hanno sconquassato il mondo: è questo Islam che diventa urgente per noi, è di questo Islam che noi abbiamo bisogno. E sono questi i ponti di pace che costruì Francesco Santo e che oggi un altro Francesco, il papa venuto dalla periferia del mondo, sta cercando di rimettere in piedi.