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La pandemia "cambia" la solennità dei santi Pietro e Paolo

Mimmo Muolo Avvenire

Gli strascichi del Covid-19 si riverberano anche sulla solennità dei santi Pietro e Paolo

Gli strascichi del Covid-19 si riverberano anche sulla solennità dei santi Pietro e Paolo. Il Papa, infatti, celebrerà con le stesse modalità usate per il Triduo Pasquale la Messa del giorno in cui si ricordano i due Apostoli "romani" (secondo la tradizione furono martirizzati a Roma il 29 giugno del 67: Pietro ai piedi del Colle Vaticano, Paolo nella zona delle Tre Fontane). La celebrazione, all’Altare della Cattedra nella Basilica Vaticana, avrà inizio alle ore 9.30 e sarà trasmessa in diretta da Tv2000, in collaborazione con “Vatican Media”. Francesco benedirà i Palli destinati ai nuovi arcivescovi metropoliti, che poi verranno consegnati loro dai nunzi apostolici dei diversi Paesi di appartenenza (come già avviene da alcuni anni). Per l’Italia si tratta degli arcivescovi di Cagliari, Giuseppe Baturi, ed eletto di Genova, Marco Tasca.

 

Non ci sarà, invece, la delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, lo ha scritto in una lettera a sua santità Bartolomeo I, di cui dà notizia il Sir. «Come sapete – si legge nel messaggio –, a causa della situazione che si è sviluppata con la pandemia da Covid-19, si sono introdotte restrizioni alle celebrazioni liturgiche di Papa Francesco, per contenere la diffusione del virus. Per questa ragione, in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo, Papa Francesco presiederà la celebrazione della Messa nella Basilica di San Pietro in conformità con queste restrizioni, senza purtroppo, la vasta partecipazione di fedeli, come è avvenuto per il Triduo pasquale». Il cardinale Koch conclude la sua lettera esprimendo la speranza che «la infinita Misericordia di Dio ci faccia superare questa inedita situazione» e che «possano riprendere i nostri regolari contatti e relazioni dopo l’estate».

 

È la prima volta che lo scambio di visite delle delegazioni tra il Patriarcato ecumenico e la Santa Sede si interrompe, dopo che l’usanza fu istituita a seguito dello storico incontro del 1964 tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, a Gerusalemme, e alla successiva remissione delle reciproche scomuniche, il 7 dicembre 1965. Il 5 luglio 1967 Paolo VI si recò al Fanar, sede del Patriarcato ecumenico, e Atenagora ricambiò venendo a Roma il 26 ottobre dello stesso anno. La visita diventava così un nuovo stile nelle relazioni tra le Chiese. Ogni 29 giugno dunque una delegazione del Patriarcato viene a Roma per la solennità dei santi Pietro e Paolo. E ogni 30 novembre una delegazione vaticana si reca a Istanbul per sant’Andrea.

 

La prima volta avvenne proprio nel 1967. E da parte della Santa Sede l’usanza di ricambiare si deve al cardinale Johannes Willebrands, allora presidente del Segretariato per l’unione dei cristiani (l’attuale Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani), che nel 1969 prese l’iniziativa di recarsi al Fanar per il 30 novembre.

 

Anche la raccolta dell’Obolo di San Pietro (tradizionalmente legata al 29 giugno o alla domenica più vicina a tale data) quest’anno è stata rinviata. Lo scorso 29 aprile scorso, infatti, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha affermato che: «In considerazione dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, il Santo Padre ha stabilito che, per quest’anno 2020, la colletta per l’Obolo di San Pietro, che tradizionalmente si svolge intorno alla solennità dei Santi Pietro e Paolo, il 29 giugno, sia trasferita in tutto il mondo alla domenica XXVII del tempo ordinario, 4 ottobre, giorno dedicato a San Francesco d’Assisi». AVVENIRE

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