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Il sogno industriale di Adriano Olivetti: l’Uomo al centro dell’economia

Antonio Tarallo pixabay

Sessanta anni fa ci lasciava uno dei nomi più importanti dell’economia italiana, Adriano Olivetti, monumento indiscusso dell’industria del nostro Bel Paese. Personaggio poliedrico, di difficile catalogazione. E ciò avviene solo per “i grandi”: catalogare le grandi menti, è impossibile. Ciò che possiamo fare, però, è quello di accostare al cognome Olivetti un aggettivo che - sicuramente - potrebbe fornirci un efficace riassunto della sua persona: sognatore. Adriano Olivetti era un sognatore.

Olivetti, un uomo che ha vissuto il lavoro-ruolo di industriale come vera e propria missione e vocazione. Alla vigilia dell’atteso evento di Assisi, “The Economy of Francesco”, questo sessantesimo anniversario, potrebbe darci lo spunto per qualche riflessione, mista al ricordo. Olivetti, infatti, aveva già ipotizzato - e per quanto gli è stato possibile - “messo in pratica” un sistema economico-industriale che si allontanava dai suoi contemporanei, e si allontana - tutt’oggi - dai sistemi economici disumani e disumanizzanti proposti dalla nostra epoca: un visionario di una sistema economico a misura d’uomo.

Olivetti, infatti, ha cercato, con la fondazione del suo movimento “Comunità”, e con la sua opera di imprenditore illuminato, di rendere fattibile una prospettiva personalista e comunitaria dell’economia e del lavoro. L’imprenditore - divenuto famoso per la sua rivoluzionaria idea della macchina da scrivere, la famosa “Lettera 22”, tanto cara a Indro Montanelli - aveva una visione dell’impresa industriale che - visto lo scenario economico di oggi - potrebbe essere concretamente uno dei punti di partenza per ri-pensare, ri-creare una new social economy: il “sogno” di Olivetti, infatti, consisteva nel riuscire a vedere nell’impresa industriale, soprattutto, una funzione sociale.

Una “utopia” (che tanto utopia non è, sia chiaro) che riusciva a interpretare l’impresa industriale come una risorsa per creare sì economia, ma fondamentalmente opportunità d’incontro, di valorizzazione delle persone coinvolte: di rendere il capitale umano realmente umano. Mi sia concesso il “gioco di parole”. La dimensione economica, quindi, diventava per Olivetti la condizione per il raggiungimento di obiettivi che superavano - diciamo così - l’economia stessa: in lui, viveva fortemente l’idea di un’azienda che non poteva essere vista solo come una “società di capitali”, bensì come una “società di persone”, una fraternità.

Per comprendere il suo “sogno”, basterebbe rileggere le parole rivolte dal noto imprenditore ai lavoratori di Pozzuoli, il 23 aprile 1955: “La nostra Società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, infine, che gli ideali di giustizia non possono essere estraniati dalle contese ancora ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina, nella sua possibilità di elevazione e di riscatto”. In estrema sintesi, il rigore dell’impresa, coniugato con il rigore-apertura di una cultura umanistica: l’Uomo al centro dell’economia. Il tempo è ormai maturo: è necessario che questo sogno diventi “reale” e “concreto”.

Antonio Tarallo

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