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Rimbocchiamoci le maniche di Enzo Fortunato

Enzo Fortunato Pixabay - rawpixel
Pubblicato il 11-04-2018

Guardo con favore a chi ha deciso di dare un segnale di vicinanza al popolo

Il momento di risorgere è adesso. Passate le elezioni, metabolizzato il risultato sorprendente uscito dalle urne, eletti i presidenti di Camera e Senato, adesso è arrivato il tempo di rimboccarsi le maniche e – come ha più volte nelle ultime settimane ricordato il Cardinal Bassetti, Presidente della Cei – di mettere al centro del dibattito il Bene Comune.

È opportuno, in questo periodo di epocale cambiamento, sottrarsi alle logiche partitiche e puntare a ciò di cui il Paese ha fortemente bisogno: una stabilità di governo che si riverberi sulla stabilità del Paese, che possa concedere agli elettori quei miglioramenti sociali, culturali ed economici da tanti anni auspicati.

Non è mio compito quello di entrare nel merito delle scelte politiche che i nostri rappresentanti saranno chiamati a fare nei prossimi mesi. Tuttavia, guardo con favore a chi ha deciso, attraverso l'esempio dell’azione di vita, di dare un segnale di vicinanza al popolo.

Vorrei anche ricordare alcune iniziative che i francescani hanno adottato per rendere il mondo un posto più equo, più giusto, più ospitale. Penso ai Monti Frumentari tardo-medievali, istituzioni che concedevano prestiti a condizioni favorevoli rispetto a quelle del mercato. Lo scopo era di aiutare le persone in difficoltà, dietro la concessione di un piccolo pegno.

È questo un modo di pensare l'economia che andrebbe applicato alla nostra contemporaneità, innanzi tutto grazie alla grande attualità del pensiero francescano che possiamo individuare in alcuni aspetti del francescanesimo, come ad esempio quello che sottolinea come usare i beni e le ricchezze sia necessario, mentre possederli sia superfluo.

E allora il mio augurio è quello di essere come Francesco: “ricchissimo per la povertà, sublime per l’umiltà, vigoroso per la mortificazione, prudente per la semplicità e cospicuo per l’onestà di ogni suo comportamento” (FF 1246). Ciò “lo rese incomparabilmente più risplendente dopo la morte” (FF 1246); allora anche noi, come lui, diventiamo capaci di vivere “corpo a corpo” con chi soffre, solidali con chi vive fuori dai riflettori, con chi abita le periferie, dove la povertà si traduce non solo in mancanza di denaro, ma anche in mancanza di senso, di prospettiva, di fede in un futuro migliore.

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