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Il Natale di Francesco, di Giotto, di Bergoglio

Credits Ansa

Quest’anno Papa Francesco ha scelto per gli auguri natalizi l’immagine della natività di Giotto affrescata nel transetto destro della Basilica inferiore di Assisi nel 1313 circa. L’affermazione biblica che vi appone dietro è quella di Isaia 9,5: ci è stato dato un figlio ... il Principe della pace.

Quello che colpisce dell’affresco è che è l’unico presepe al mondo con due bambinelli, che offre una suggestione interessante: esprimere la natura di Cristo umana e divina.

Il lato divino Giotto lo racconta attraverso il blu che splende nella notte di Betlemme. L’artista sfonda, allarga, dilata la sua narrazione mentre essa procede in riquadri e per ordine, come le antiche tradizioni; il figlio di Bondone è consapevole di raccontare una storia vera, non una favola. E’ tutto così potente e allo stesso tempo tranquillo. Elimina gli effetti speciali e la svolta è data dall’uso del blu, un colore che cattura, commuove, prende: chiunque, pellegrino o turista, entrando nelle basiliche giottesche ne è affascinato. Questo pigmento ha lo stesso splendore dell’oro, ma è più reale: sono blu le volte stellate, i cieli di tutte le scene. E’ blu il mantello di Maria. Un colore profondo, luminoso e soprattutto regale e reale. Scrive Giuseppe Frangi: “Egli lo dava a secco, cioè a calce asciutta, perché il pigmento dell’azzurrite non legava con la calce. E’ forte quel blu, ma quindi anche tremendamente fragile. Si sfarina sotto il lavorio dell’umidità e dell’inquinamento. La pietra che, macinata, lo produceva veniva dall’Afghanistan, ed era scoperta recente, tanto è vero che greci e romani non sapevano come produrre il blu”. Il primo che adoperò tale tecnica fu Cimabue, maestro di Giotto, che aveva sorpreso tutti. Esempio ne è la chiesa di san Domenico a Bologna. Uno spiraglio che è servito a Giotto per spalancare nel cielo di Assisi un cielo prezioso e terso, che sa di eterno. Un cielo felice che getta sulle scene una luce radiosa, rendendole pure, senza scorie e colmando gli spazi di eterna profondità.

A Papa Francesco interessa proporre per questo Natale tre gesti “terribilmente umani”, perché impegnativi e “dolcemente umani” perché possibili: sono quelli delle due levatrici che stanno accanto al bambino, al “secondo” bambino che abbracciano, fasciano ed sostengono l’infante. Possono essere queste le strade che il Natale di quest’anno ci fa percorrere. E’ il racconto dell’evangelista Luca a cui fa riferimento Giotto: il gesto semplice e amorevole della levatrici. In altre parole quello che è chiamato a vivere l’uomo cristiano e non.

Prendere tra le braccia è parabola umana. Si tratta di non considerare l’altro un estraneo ma “pezzi” di umanità che mi appartengono. Dovunque nasce una vita, direttamente o indirettamente, ne sono responsabile. Il gesto del fasciare richiama la necessità di lenire le sofferenze dell’altro, la sofferenza della fame perché si è chiamati ad allattare; la sofferenza del freddo, di chi è costretto a lasciare la casa natia. Infine sostenere la fragilità di un corpo. I due momenti di maggiore fragilità e solitudine sono quelli della nascita e delle morte che racchiudono l’intera esistenza; è qui che siamo chiamati a farci presenza, è qui che siamo chiamati a percepire, attraverso i nostri gesti, il Dio con noi. E’ il Natale.

La scena proposta si staglia tra due punti topografici: la grotta e il campo dei pastori. Due luoghi provvisori, vissuti da seminomadi, da pastori. Due residenze provvisorie, due località misere, due segni di quotidiana miseria, che diventano il centro della una Speranza. La buona novella di Cristo è liberazione per i prigionieri, lieto messaggio per i poveri, vista per i ciechi, libertà per gli oppressi. Ecco perché a Francesco interessano le periferie. E sono queste periferie che vorrebbe nuovamente affrescare, affinché l’uomo si possa accorgere di Dio attraverso i gesti semplici della vita quotidiana.


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