francescanesimo

Fare pasqua con Francesco

Felice Accrocca Cappella Sassetti Miracolo delle Stimmate
Pubblicato il 02-03-2017

Attraversare come pellegrini e forestieri il deserto della povertà di spirito

I Compagni di Francesco raccontano che, a Greccio, egli rimproverò una volta i frati perché in giorno di Natale avevano preparato la mensa con un lusso eccessivo; lo fece con uno dei suoi colpi di genio, inscenando una vera e propria rappresentazione (Compilazione di Assisi 74: FF 1602). “Quale idea geniale da palcoscenico – scrisse a questo proposito Erik Auerbach – di prendere il cappello e il bastone di un povero e di mendicare presso dei mendicanti! Ci si può immaginare lo sbalordimento e la vergogna dei frati quando egli col piatto si siede sulla cenere dicendo: Adesso sto seduto come un vero frate minorita…”. Secondo Tommaso da Celano, che riprese quel racconto, si era invece in giorno di Pasqua, ma la contraddizione può essere risolta senza eccessive difficoltà; nell’uso medioevale, infatti, con “Pasqua” si indicavano anche altre grandi feste: il Natale (Pascha Nativitatis), la Pentecoste (Pascha Spiritus Sancti) e, con tutta probabilità, anche altre feste del Signore durante l’anno.


Dalla festa di Natale si passò così a quella di Pasqua, ma questo poco importa. Quel che importa è che Bonaventura, facendo leva sul racconto di Tommaso, narrò che nell’occasione Francesco ammaestrò i frati “con santi discorsi a celebrare continuamente la Pasqua del Signore, cioè il passaggio da questo mondo al Padre, passando per il deserto del mondo in povertà di spirito, come pellegrini e forestieri”. Passare nel mondo in povertà di spirito: ricchi cioè di quella beatitudine che – ce l’assicura Gesù – ci fa padroni del Regno.



Fare Pasqua, dunque, vuol dire saper accogliere con serenità gli eventi, accettando anche il dolore e la morte nella consapevolezza che essi non sono la meta definitiva. Fare Pasqua vuol dire trasformare il dolore in amore, senza masticare rabbia e meditare vendette, perché così ha fatto il Signore; vuol dire saper gioire delle piccole cose, contentarsi di quel che si ha, senza lasciarsi ardere dalla gelosia e dall’invidia; vuol dire amare la propria persona così com’è, perché è con la nostra povertà che Dio vuol realizzare grandi cose. Francesco ha compiuto questo percorso, fino in fondo; egli chiede ora a noi di fare altrettanto.

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