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Lo sguardo di un bambino

Credits Ansa



Quando mi proposero di interpretare San Francesco in una fiction non ebbi alcuna esitazione e accettai immediatamente. Il personaggio dell'umile frate di Assisi non era solo per me attore una grande prova di recitazione, ma anche una sfida con me stesso. Dimenticarmi di quello che ero facendo tabula rasa, per vestire i panni di un uomo che visse la spiritualità e la dedizione agli altri con amore assoluto ed umiltà. Far rivivere sullo schermo la complessità umana e mistica di questo Santo, richiedeva non solo una buona interpretazione, ma anche una conoscenza profonda di quello che Francesco era, delle sue ragioni di scelte, di quella sua febbre d'amore inesauribile per il prossimo e del perch voleva essere “il minore tra i minori”, lui che dalla vita aveva avuto quanto i più desiderano: bellezza, istruzione, ricchezza. Cominciai col leggere quanto più potevo di cosa era stato scritto su di lui, osservai con attenzione i dipinti che lo raffiguravano, come a trovare la chiave della sua intima spiritualità, parlai con frati del suo Ordine per capire a pieno il senso delle regole che Francesco stesso aveva fortemente volute. Cominciavo così a conoscerlo, ma non mi bastava. Decisi di passare un po' di tempo in un convento, vestii il saio e mi uniformai alle regole monastiche. Durante il periodo che passai lì, mi resi conto che quello che avevo letto e quello che mi avevano raccontato non era sufficiente, dovevo fare qualcosa di più per avvicinarmi a lui. L'umiltà di Francesco, nonostante la considerazione di cui era oggetto e la notorietà che aveva raggiunto, mi affascinava. Non è facile non farsi coinvolgere quando sei al centro dell'attenzione, eppure in lui niente indebolì mai il suo essere umile e la gioia che ne derivava. Cominciai allora a spazzare e a lavare i pavimenti del convento, come il più modesto dei frati, cercando di mettermi alla prova, fiaccando la mia vanità nel tentativo di percepire così il piacere che il Santo avrebbe provato al mio posto. Tornai a casa. Le riprese sarebbero iniziate di lì a poco. Ero abbastanza soddisfatto del lavoro che avevo fatto per conoscere al meglio Francesco, eppure avevo la sensazione che mi fosse sfuggito qualcosa. Lessi e rilessi il copione, ripensai ai fatti salienti della sua vita, lo vidi nel momento in cui si spogliò di ogni suo avere, quando fece della Porziuncola la prima sede del suo Ordine, lo seguii nei suoi viaggi in Egitto e in Terra Santa, gli fui vicino nell'attimo in cui ricevette le stigmate e lo vidi morire. Nella mia mente e nel mio cuore c'era tutto quello che mi serviva per diventare “il Poverello di Assisi” eppure mi rendevo sempre più conto che mancava qualcosa. Fu uno sguardo a farmi trovare ciò che stavo cercando. Due occhi persi a guardare la bellezza di un paesaggio: c'era gioia ed amore, dentro di loro, quella stessa gioia e quell'amore che Francesco provava per quanto Dio aveva creato. L'essenza della spiritualità di questo grande Santo mi apparve in tutta la sua intensità, l'anello mancante era ora chiaro nella mia mente. L'amore per Dio e per quanto ci aveva donato si impossessò in modo così intenso e totale di Francesco sino a diventare lui stesso un inno alla Crezione. Due occhi me lo avevano fatto capire, due occhi che guardavano ciò che li circondava con meraviglia, purezza ed umiltà. Quegli occhi erano di un bambino... mio figlio! di Raoul Bova

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