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Lo 'spirito di Assisi'è
di Arcivescovo Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury

Credits Ansa



Per san Francesco d'Assisi, il presupposto di ogni dialogo era la povertà. Non mi riferisco solo al noto episodio dell'incontro di Francesco con il sultano d'Egitto, per quanto sia stato un momento estremamente significativo: un'occasione in cui l'incontro tra due mondi religiosi diversi diventa a un tratto l'incontro tra due esseri umani. Intendo riferirmi a tutto il ministero di Francesco. Non si può parlare di dialogo senza includere l'ascolto reciproco, e non si può prestare ascolto senza ammettere una qualche forma di povertà interiore, come la povertà del silenzio, che ci serve per ascoltare le parole dell'altro, e la povertà di riconoscere che l'altro può donarci qualcosa di cui abbiamo bisogno.

Francesco ci invita ad abbracciare la sua povertà nella maniera più adatta alla nostra condizione. Noi lodiamo il suo atteggiamento positivo verso il mondo naturale, ma questo non era il semplice godimento sentimentale provocato dalla vista di un maestoso paesaggio o dal contatto con il meraviglioso mondo animale. Era una grande apertura e attenzione a ciò che il creato comunicava a Dio con il semplice fatto di esistere, cioè lode e gratitudine; era la volontà di lasciar parlare il mondo senza i vincoli frapposti dalla brama di dominio dell'uomo. Questo è lo spirito con cui Francesco compose il Cantico delle Creature e, come vediamo dai versi conclusivi del Cantico, è anche lo spirito con cui il discepolo di Gesù deve accostarsi al dolore e alla morte, per trovare anche là motivo di lode al Signore.

In questo senso, povertà di spirito vuol dire rimanere in silenzio affinch l'altro che si tratti dell'ambiente fisico, del mondo animale, del credente di fede diversa o del non credente possa essere ascoltato con sincerità. Non è certo il silenzio del dubbio o del relativismo. povertà fondata nella ferma convinzione dell'assoluta realtà di Dio rivelata dal Cristo incarnato e, come dimostra la vita stessa di Francesco, nelle piaghe di Gesù crocifisso. fondata nel convincimento che l'amore per Dio è saldo e forte abbastanza da superare l'opposizione più intensa e ostinata, che il silenzio dell'amore sollecito fa emergere la verità, e che della verità non si deve aver paura. Gesù chiama beati' sia i poveri in spirito sia coloro che hanno fame e sete di giustizia. Chi può dubitare che Francesco non avesse fame e sete della giustizia di Dio? Egli sapeva che abbracciare i dimenticati dal mondo è il segno più chiaro della novità della vita convertita. Pensiamo al segno con il quale manifestò la sua stessa conversione, l'abbraccio con il lebbroso. Ma in lui la fame di giustizia era tutt'uno con la povertà di spirito, come se Dio volesse insegnarci per mezzo di Francesco che la giustizia di Dio è raggiungibile solo attraverso il silenzio e lasciando da parte la chiassosa brama di dominio.

Negli incontri di Assisi dovremo ascoltare Francesco e chiedergli di pregare per noi. Nel nostro dialogo dobbiamo trovare il coraggio di stare in silenzio insieme: non già perch non abbiamo niente da dire o nessuna verità da condividere, ma in quanto consapevoli, e grati, che Cristo ci ha assicurato un posto nella sua vita e preparato per noi incontri in cui lo ritroveremo e riconosceremo in persone e situazioni diverse. Quando stiamo in silenzio nel nome di Cristo, scopriamo che Egli ci viene incontro anche in modi imprevisti, e ci liberiamo del desiderio pressante di prevalere sull'altro pur di conservare il controllo della situazione.

Che si svolga tra confessioni cristiane, tra fedi diverse o semplicemente tra una persona e il suo mondo, il dialogo deve essere più di uno scambio di cortesie o, a maggior ragione, uno scambio di certezze avverse. Dobbiamo trovare il modo di parlarci e ascoltarci l'un l'altro in maniera tale da lasciar emergere il logos, quell'energia e interazione che sta alla base di tutto il creato e che sorregge egualmente la giustizia e la contemplazione. Viene spesso fatto notare che la vocazione di Francesco era tale da essere praticamente irriproducibile. Francesco era un uomo le cui azioni trasformavano la potenzialità di tutti quelli che lo avvicinavano; servire spontaneamente l'universo era per lui un'esigenza irreprimibile.

Egli era un contemplativo e un visionario, la cui esposizione personale a Cristo si manifestò fisicamente nelle stimmate ricevute sul monte della Verna. Era un fondatore di comunità la cui chiamata trovò origine e si rinnovava nella solitudine. A partire dalla sua morte, i suoi seguaci nell'ordine ma anche tutti coloro che sono stati toccati dalla sua vita hanno cercato di comprendere appieno tutta la portata del suo carisma. Ma l'elemento unificante della sua vita è che, sia nelle opere che nel silenzio, Francesco era colmo del logos di Dio grazie alla comunione con il Verbo incarnato.

Negli incontri che faremo ad Assisi dobbiamo pregare di condividere per quanto possibile questa comunione con il logos. Noi cristiani fondiamo la nostra vita, i nostri atti e le nostre parole sulla certezza che il logos si è incarnato in Gesù Cristo, e che nella comunione con Lui vi è la comunione con ogni persona e ogni cosa. Ma questo non esclude gli altri, n significa che non abbiamo nulla da ascoltare o vita da ricevere da quanti hanno convinzioni diverse dalle nostre. proprio a causa di Cristo, e dei suoi servi e amici come Francesco, che possiamo trovare il coraggio di abbracciare la povertà e tendere la mano per ricevere. E lo facciamo nella speranza e nella preghiera che in tale incontro possiamo svolgere una minuscola parte della continua opera di Dio, volta a spalancare tutto il creato al suo amore e alla sua bellezza.

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