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Intervento Sen. Renato Schifani, Presidente del Senato della Repubblica

Credits Ansa



Eccellenze. Autorità. Signore e Signori.

Dopo la mostra sui "Padri fondatori", l'impegno del Senato per il 150 anniversario dell'unità d'Italia è, per così dire, al suo secondo appuntamento. L'iniziativa di oggi avrà un ulteriore seguito attraverso importanti pubblicazioni, cicli di seminari, mostre e dibattiti, che la Presidenza del Senato intende realizzare per rimarcare il significato storico, ideale ed istituzionale dei 150 anni dello Stato italiano. Evento che rappresenta non tanto un punto d'arrivo, quanto piuttosto di partenza per quanti intendono cementare la coesione della comunità nazionale attorno a valori forti e prospettive di duratura stabilità. Non è un caso che dopo l'iniziativa sui "Padri fondatori" la memoria vada oggi rivolta alla figura di san Francesco, Patrono d'Italia. Il percorso di consolidamento dell'identità nazionale è stato interpretato infatti troppe volte e con una qualche superficialità attraverso l'idea di "rottura". Appare invece necessario un adeguato e serio approfondimento di quegli elementi di "continuità", che rappresentano il tratto fondamentale della ricomposizione del popolo italiano e della sua più profonda tradizione. In tale prospettiva, una comprensione nuova del contributo cattolico al processo unitario appare finalmente possibile anche a livello teorico e storiografico, dopo che la realtà quotidiana ha già dimostrato il pieno superamento di ogni divisione e la rinnovata concordia tra istituzioni statali ed ecclesiali. Lungo questo orizzonte di superamento delle divisioni ed equilibrio tra le diverse sensibilità, il ritratto di san Francesco rientra senza forzature tra i Padri fondatori dell'Italia unita, proprio perch, come ebbe a dire Benedetto XVI al Quirinale, nel 2008, il Popolo d'Italia è "erede di una secolare tradizione di civiltà e di valori cristiani". Fu proprio san Francesco d'Assisi che ispirò Pio XI quando nell'annunciare la firma dei Patti Lateranensi considerò la Città del Vaticano "quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l'anima".

La povertà testimoniata da Francesco fu allora una lezione di moralità pubblica senza possibilità di strumentalizzazione e indicò una strada ancora oggi da percorrere fino in fondo, quella di un lavorare per il bene comune con passione, slancio, fiducia, al di fuori della logica della contrapposizione e sterile rivalità personale, nella prospettiva di una duratura stabilità di rapporti in grado di vincere la sfida dei tempi. Non è infatti importante solo ricordare, ma anche e soprattutto costruire, oggi come allora, l'unità del Paese attraverso un senso di appartenenza alla Nazione, dove nessuna istanza o ispirazione possa sentirsi straniera. Ricomprendere infatti significa innanzitutto riconoscere il valore di ciascuno, di ogni realtà territoriale, associativa, comunitaria, quale risorsa preziosa per il bene comune. Sempre in occasione di una visita ufficiale al Quirinale, nel 1985, Giovanni Paolo II riconobbe a Francesco la capacità ed il coraggio, mentre andavano affermandosi i liberi Comuni, di sapersi elevare "tra le fazioni in lotta [...], in piena fedeltà alla Chiesa di cui si sentiva figlio, e in totale adesione al popolo di cui si riconosceva parte".

Non meraviglia, pertanto, come la figura di Francesco attragga tutt'oggi credenti e non credenti, entrambi rivolti alla costruzione di un ordine sociale e di un umanesimo civile fondato sulla cultura del rispetto, prima ancora che annunciato, quotidianamente praticato. La forte mitezza di Francesco quasi impedisce una contrapposizione tra laici e credenti. Ed in effetti una vera e propria contrapposizione tra laici e cattolici non vi fu neppure nelle fasi più complesse del periodo risorgimentale, quando invece a contendersi lo spazio del pubblico dibattito fu lo scontro tra clericali e laicisti. Per troppo tempo l'incomprensione fu il pretesto che impedì un dialogo costruttivo, che oggi invece possiamo dirsi compiuto all'interno del doppio binario della "distinzione" e della "collaborazione", assi portanti di una ritrovata tensione verso il bene dell'intera Nazione. L'impegno di Francesco era quello di servire e promuovere il bene comune e la dignità di ogni persona. Un sentimento che oggi possiamo liberamente chiamare "Patria".

Tra la dimensione individuale, familiare, cittadina e quella protesa verso l'Europa, ed in ultima istanza all'intero genere umano, la fedeltà alla Patria indicata nella nostra Costituzione come valore irrinunciabile e dovere inderogabile rappresenta il passaggio fondamentale dall'interesse privato a quello pubblico. Per Francesco servire la Patria significava adempiere ad un dovere morale e civico assieme: il dovere che ancora oggi chiama ciascun cittadino e responsabile pubblico ad impegnarsi in prima persona, con generosità e coerenza, contro la prevaricazione, la corruzione, l'ipocrisia. Un impegno alto e coraggioso attende oggi le nuove generazioni, chiamate ad una partecipazione attiva alla vita pubblica e politica non di retroguardia, n di scorta a qualcuno, ma a testa alta, in forma gratuita e diretta. La mia generazione è chiamata ad aprire le strade ai giovani, lasciare loro la libertà e la fatica di costruire spazi e ruoli, dove il protagonismo ceda all'autentica e più nobile missione della politica che significa innanzitutto servizio. Per Francesco l'unità era pertanto origine e meta di un cammino dove nessuno veniva lasciato indietro. Alla fedeltà verso gli ideali, ad un pensiero in grado di farsi "visione" per l'avvenire di tutti, si accompagnava sempre l'umiltà dell'ascolto dei bisogni dei poveri. Sapeva cercare e ascoltare, vincendo la distrazione e l'evasione, per essere in comunione con tutti.

I due ambienti solcati dal cammino di Francesco erano sia il "cortile dei gentili" sia l'"orto dei semplici". Non vi era alcuna forza, alcun potere, che poteva legittimarsi di fronte al povero che chiedeva aiuto, senza avergli prima prestato soccorso. Il legame tra verità, legittimità e carità era la coerenza di una vita spesa per gli altri. Visione e pratica quotidiana sono ancora oggi necessarie nella dedizione al bene comune che sappia gettare le fondamenta per un futuro di pace e benessere duraturo. Possiamo riconoscere in Francesco l'icona anche del nostro tempo. Il simbolismo della missione che gli era stata affidata - "va', Francesco, e ripara la mia Chiesa in rovina" - rappresenta per ciascuno di noi una sfida da raccogliere.

Dialogo, reciprocità, comprensione, permisero a Francesco di aprirsi all'ascolto e alla parola verso popoli di diversa cultura e tradizione. L'incontro di Francesco con il Sultano indica l'alternativa alla logica dello scontro, che non appartiene n alla cultura cristiana n a quella musulmana. La via del dialogo autentico e reciproco si può percorrere quando la speranza e la fiducia vincono le resistenze del fanatismo. Ma altrettanto significativo è il contributo di Francesco nella Terra Santa, dove oggi la missione francescana resta il segno di una pace difficile, ma pur sempre irrinunciabile e possibile. La mitezza personale di Francesco è allora più di un modello, rappresenta un dovere fondamentale per chiunque eserciti una responsabilità nell'ambito della comunità civile.

Penso in particolare al debito umano e morale che ciascuno di noi mantiene verso quanti hanno subito la violenza e la cattiveria dell'antisemitismo. Nella giornata di ieri ho chiamato personalmente il Presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche, Renzo Gattegna, ed il Presidente della Comunità ebraica della Capitale, Riccardo Pacifici. A loro ho rinnovato e confermo pubblicamente l'assoluta fermezza nel condannare ogni manifestazione contraria ai valori di civiltà e umanità che sono l'irrinunciabile patrimonio del popolo italiano e di tutte le sue Istituzioni. La Presidenza del Senato ha ritenuto, con questo spirito e fermo convincimento, di testimoniare la vicinanza e l'amicizia all'intero popolo ebraico proponendo, fin dall'inizio dell'attuale legislatura, quale proprio simbolo e manifesto ideale le bandiere di Israele, portate con orgoglio da alcuni ragazzi nel campo di sterminio di Auschwitz. Un'immagine che dopo le parole inaccettabili pronunciate in Aula, mentre non potevo presiedere, la settimana scorsa, sta a significare come nessun cedimento sia in alcun modo consentito o anche solo sottovalutato. Nessuna distrazione, nessuna incertezza, nessuna sottovalutazione sono accettabili. Quelle espressioni sono da me duramente e formalmente censurate. Quando infatti sulla dignità morale del Paese è prevalsa la logica del tradimento del popolo ebraico, emblema dell'umanità e della civiltà, si è sfaldato lo stesso senso di appartenenza all'identità nazionale, si è strappata la rete di solidarietà che ci fa sentire ed essere uomini dentro. La prosperità del nostro Paese può nascere e svilupparsi solo attraverso la piena realizzazione dell'unità nazionale, dentro la quale ciascuno di noi si sente parte di un bene più grande. San Francesco, Patrono d'Italia, ha indicato la via del rinnovamento che va oltre la contingenza e le convenienze. Nella Divina Commedia, il sommo poeta Dante scrisse di lui: "Nacque al mondo un sole". La sua testimonianza e il suo insegnamento sono anche per noi, oggi, più di una speranza, la fiduciosa certezza per l'avvenire dell'Italia. Un avvenire che si può e si deve costruire insieme, dove la legittima dialettica politica non degradi in scontro conflittuale fine a se stesso; dove la parola mantenga in s il valore di riconoscimento della dignità del proprio interlocutore e non diventi mai insulto, ingiuria o offesa; dove l'avversario non sia mai nemico, ma parte irrinunciabile della stessa storia, della stessa vita, del nostro stesso sentirci e essere popolo. La mitezza che Francesco testimoniò è il codice che la politica può recuperare: una mitezza, in primo luogo di linguaggio, che non è arrendevole rispetto ai valori, ma è sempre pronta ad ascoltare, le parole come i silenzi, per diventare strumento di libertà per tutti i cittadini e gli uomini del nostro tempo.

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