RUBRICHE > Rubrica 150 Anni

Intervento di Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI

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1. « temerario; più che io non supponevo, il compromettersi a scrivere di Francesco d'Assisi. []. un soggetto che più uno vi s'accosta, più si allarga; più uno lo tasta, più si sprofonda». Appare quanto mai significativo che ad esprimersi in questi termini, nel cimentarsi con una biografia su S. Francesco, sia un anticlericale come Ruggero Bonghi, dal 1860 al 1895 deputato del neonato Regno d'Italia, del quale ricoprì anche la carica di Ministro dell'Istruzione Pubblica (1874-1876). Dopo l'Unità la storia degli Ordini Francescani ha patito non poco per la soppressione dei conventi e la conseguente dispersione di tanti frati e clarisse: la demolizione del monumentale Convento dell'Aracoeli sul Campidoglio è forse l'immagine più forte di tale passaggio. Nel contempo, è altrettanto vero che, pure in quegli anni, la figura di Francesco rimase al centro di un notevole interesse. «Di lontano, tu vedi la cara immagine di un uomo geniale e pio continua il Bonghi ; da vicino, questa immagine ti richiede, perch tu la ritragga e l'intenda, che tu scenda in certi recessi intimi e bui dell'umana natura, che tu veda dove essa si connette e s'abbraccia colla natura divina e col mondo; che tu discerna da quale segreta ragione dei tempi una indole come la sua, sia, se m'è lecita la parola, scoppiata fuori e abbia trovato il motivo di così estesa efficacia; e se e come questa si sia diffusa fra le nazioni, alterandone alcune disposizioni morali, confermandone o promuovendone alcune inclinazioni sociali e politiche, sollevandone il pensiero ed eccitandone il sentimento in ogni genere d'operosità intellettuale e artistica». Francesco interroga e affascina. Le testimonianze si rincorrono, animate spesso dalla volontà di «ritrovare il “vero” Francesco della primitiva “fraternitas”», come scrive Paul Sabatier, il protestante alsaziano che introdurrà l'opera del Bonghi: parole, le sue, che svelano il tentativo ricorrente di contrapporre il carisma originario all'istituzione. Ecco, a questo riguardo, l'interpretazione di Ernesto Buonaiuti, il principale esponente del movimento modernista: «Contro la Chiesa desiderosa di trasformare la fraternitas in ordine, Francesco riviveva lo sforzo del Cristianesimo primitivo di salvare i valori etici contro ogni deviazione indifferentistica e ogni legalismo esteriore» (S. Migliore, Mistica povertà. Riscritture francescane tra Otto e Novecento, Istituto Storico dei Cappuccini, Roma 2001, 83). La figura del Poverello suscita anche l'interesse per un francescanesimo sociale, che accarezza «l'immagine di Francesco come “vero socialista”» (ibid., 189). Più propriamente, gioverebbe far memoria della grande opera sociale realizzata dal Terz'Ordine Francescano, che influenzerà lo stesso Leone XIII nella stesura della storica enciclica Rerum Novarum. tenendo conto di tali e tante sfaccettature che si capisce come il Santo venga assunto ad emblema della pace sociale, per cui a cavallo tra Ottocento e Novecento si giunge alla costituzione ad Assisi di un Comitato internazionale per la pace universale. La sua figura emergerà con chiarezza nel 1926, in occasione del settimo centenario della morte «è divenuta patrimonio culturale comune, figura alla quale è riconosciuta l'inesausta vitalità del mito e sul quale la moderna sensibilità tende a proiettare una forte plurivalenza simbolica» (ibid., 226). Francesco non smette di parlare e di suscitare un «anelito nostalgico alla creatività o alla spontaneità perdute» (ibid., 307). Eccolo ripreso dal cinema, dall'arte, dalla poesia, ora ecumenico, ora ecologista, secondo una fioritura di riscritture francescane che, con diversa sensibilità e profondità, ne testimonia l'inesausta vitalità. Non a caso, qualcuno l'ha paragonato a un mosto che nelle cantine della storia non smette di fermentare.

2. A questo punto, la domanda ineludibile riguarda quale sia il segreto di Francesco, «il più italiano dei santi e il più santo degli italiani», secondo Pio XII, che nel 1939 lo proclamò patrono d'Italia. Non vi è dubbio che la freschezza dell'esperienza del Santo è interamente relativa al Vangelo, a un Vangelo accolto e vissuto sine glossa, ossia senza accomodamenti e senza ipocrisie. Sì, è il Vangelo il vino nuovo di Francesco, lo stesso che nel corso dei 150 anni dell'Unità d'Italia ha animato la presenza dei cattolici nella vita pubblica, lo stesso che ha permesso loro di offrire un notevole contributo spesso a caro prezzo alla storia e alla crescita civile del nostro Paese. In questi 150 anni dell'Unità di un'Italia certamente nata prima (cf. Card. Angelo Bagnasco, Saluto, in L'unità nazionale: memoria condivisa futuro da condividere, Atti del Seminario di Genova, 3 maggio 2010, 12), il mondo cattolico ha conosciuto anche stagioni di difficile confronto, se non di scontro, specie a fronte delle misure repressive di alcuni governi anticlericali. innegabile che la paura che la fine del potere temporale potesse coincidere anche con il tracollo dell'istituzione ecclesiale, portò a chiusure, a irrigidimenti e a rotture. Se, però, non vogliamo fermarci a ricostruzioni parziali e pregiudiziali dobbiamo riconoscere che le tensioni non impedirono comunque ai cattolici di essere a loro volta portatori di una forte idea di unità nazionale: nemmeno gli esponenti più intransigenti e conservatori misero in discussione il processo unitario, ma semmai le modalità con le quali doveva essere realizzato, affinch non avvenisse a scapito della Chiesa e della sua presenza nella società. «Parve un crollo; e per il dominio territoriale pontificio lo fu dirà, a riguardo della caduta del potere temporale del Papa e della sospensione del Concilio Vaticano I, il card. Giovanni Battista Montini intervenendo in Campidoglio il 10 ottobre 1962 (il giorno dopo sarebbe iniziato il Concilio Vaticano II) []. Ma la Provvidenza, ora lo vediamo bene, aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti» (Giovanni Battista Montini, Discorsi e Scritti Milanesi (1954-1963), Istituto Paolo VI, Brescia 1997, 5348ss.). In un processo che non poteva essere n semplice n lineare e che, appunto, rivitalizzò “francescanamente” la Chiesa i cattolici contribuirono a pieno titolo al progetto di Stato italiano, favorendo anche nella crisi la conciliazione tra quest'ultimo e la Chiesa. Del resto, il popolarismo di Sturzo, come la Democrazia Cristiana di De Gasperi, furono il frutto di una presenza sempre più partecipe, propositiva e protagonista. Questa raggiunse i suoi vertici in esperienze come la Costituente, dove nella stesura della Carta si realizzò l'incontro, la collaborazione e il consenso della tradizione cattolica con quella liberale e con quella socialista.

3. La memoria storica lungi dal fermarsi nelle paludi delle denigrazioni piuttosto che delle mitizzazioni si rivela tesoro valoriale, eredità che apre a nuova progettualità. Rispetto ai sentimenti di distanza, se non di disaffezione, con cui molti oggi guardano all'anniversario dell'Unità, come cattolici ci sentiamo impegnati a riproporre i principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa, dalla priorità della persona umana che è portatrice di diritti inalienabili, antecedenti allo Stato e che lo Stato è chiamato a riconoscere e promuovere, dalla vita nascente alla sua morte naturale alla sussidiarietà, dalla solidarietà a quella laicità che riconosce la distinzione e insieme la collaborazione tra ordine politico e ordine religioso. Sono principi che interpellano il nostro presente e che spingono a dar corso a quelle riforme che il Paese attende ormai da anni e sulle quali è necessaria la ricerca del più ampio consenso; sono valori che vanno declinati nella costruzione di un futuro guidato dalla prospettiva del bene comune. La Settimana Sociale che si apre tra qualche giorno a Reggio Calabria intende costituire un contributo di speranza in tale direzione. Su questa strada ci possano illuminare l'umiltà, la semplicità e la libertà di Francesco d'Assisi.

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