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Una voce su tutte

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Auspico di cuore che sia questo spirito ad animare il processo che lungo il 2018 condurrà alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche. Per questo è importante che siano ispirati da compassione, lungimiranza e coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace: solo così il necessario realismo della politica internazionale non diventerà una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza.

 

 


Una voce su tutte

di Raffaele Crocco, direttore Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo


Il Papa sembra l’unico capace di legare in modo elementare il problema dei migranti alla necessità primaria che gli esseri umani hanno di poter immaginare una vita migliore.

Quello che colpisce davvero è che papa Francesco sembra l’unico – fra i leader mondiali – a dire la cosa per quella che è. Se parliamo di migrazioni, cioè di 65 milioni e mezzo di esseri umani in fuga da guerre, ingiustizie e miserie, il Papa sembra l’unico capace di legare in modo elementare il problema dei migranti alla necessità primaria che gli esseri umani hanno di poter immaginare una vita migliore.

La chiave di tanto muoversi, nel mondo, è tutta lì. “Le persone migrano – dice il Papa – per il desiderio di una vita migliore, unito alla ricerca di lasciarsi alle spalle la disperazione di un futuro impossibile da costruire”. Semplice, lineare, soprattutto vero. Peccato che i governi europei – non solo loro – questa cosa non la vogliano manco sentire.

Migrare per cercare di migliorare la propria vita è pensiero vietato nell’Europa del 2017. Per quanto riguarda noi europei, ha diritto di venirci a chiedere aiuto solo chi fugge da una guerra conclamata e in qualche modo ufficializzata. Per capire: i siriani sì, i nigeriani che muoiono per gli attacchi di Boko Haram o per l’inquinamento da petrolio del delta del Niger, no, non possono.

Chi vive senza democrazia, senza diritti di base nel lavoro o nella salute o nella scuola, senza paghe eque e con risorse alimentari scadenti, non ha diritto di andare a cercare una vita diversa altrove. O almeno non ha diritto di venire a chiedere tutto questo in Europa. I trattati europei – da Dublino in giù – e le leggi italiane – Bossi-Fini in testa – questo dicono e questo principio difendono.

La traduzione è una politica quotidiana, condita ad una altrettanta quotidiana informazione, fatta di contraddizioni, ambiguità, messaggi equivoci. È una politica di erosione dell’idea che esistano diritti inalienabili e universali. Così gli europei si trovano costretti ad avere tre lavori per mantenersi e lo considerano normale. Pensano di avere “occupazione piena” guardando le statistiche, ignorando la bassa qualità del lavoro e delle paghe legate. Intanto, si alimenta il senso di insicurezza, si negano i diritti sacrosanti alle cure sanitarie, alla scuola pubblica, ai trasporti.

Escludendo i migranti, la politica dei governi europei punta ad escludere dai diritti anche i propri cittadini. Vuole cambiare le regole dello stato sociale per abbatterlo, creando una lotta insensata dei penultimi contro gli ultimi. Il tutto mentre, ad esempio, solo l’Italia stanzia ogni anno 28 miliardi di euro per le spese militari. Siamo un Paese in crisi, abbiamo tagliato servizi e diritti, eppure abbiamo il decimo esercito al mondo.

Su queste contraddizioni, su questi numeri, si infrange ogni possibile ragionamento sulla Pace, che è costruzione lenta attorno ai diritti e alla democrazia. Papa Francesco sembra l’unica voce rimasta a ricordarlo. Impossibile non ascoltarla.



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